Jessie White Mario

jessie w. mariola sua biografia di Giuseppe Mazzini costituisce una fonte meravigliosa, perché permette di ritrovare la testimonianza diretta e non soltanto letteraria di chi ha vissuto direttamente le esperienze della lotta contro la tirannide che fu il grande sogno di Mazzini e dei grandi idealisti del secolo diciannovesimo.

I ventotto capitoli del suo libro ci accompagnano dalla gioventù fino a oltre la morte del grande genovese edificando, oltre che una fonte di memorie formidabile e di testimonianze epistolari importantissime, il sistema filosofico che fa di Mazzini, oltre che il grande uomo d’azione che tutti gli italiani, se non conoscono, almeno percepiscono, anche un uomo d’arte e un grandissimo filosofo spiritualista.

«Mazzini, che elegge a sé il dovere e dona altrui la gloria», si legge alla prima pagina di questo libro del 1885, e già sa di dover opporsi alla congiura del silenzio contro un uomo troppo chiaro, che sofisti e calunniatori hanno sempre dileggiato, proprio perché troppo chiaro il suo insegnamento, troppo adatto a creare uomini liberi, ciò che il potere non vuole.

L’amore per Foscolo, dall’immedesimazione giovanile nello Jacopo Ortis fino alla matura opera per pubblicare ciò che il poeta scrisse a commento de La Divina Commedia di Dante, realizzata nel 1842 tra mille difficoltà, e sempre con il tempo risicato per via del turbine di intrecci politici e della difficile vita in esilio.

Il ritratto di un giovane affascinante, sempre vestito di nero, i capelli lunghi fino alle spalle, la capacità di ammaliare con il suono della sua chitarra, cantore di un’arte dell’avvenire, che sia religione di progresso e di emancipazione, libera dalle false credenze propalate dal potere delle monarchie ostili e della chiesa complice, un genio che si conduce per vie non corrotte dall’imitazione, non guastate dal servilismo. Un militante della legge dell’arte spirituale, che è legge di progresso.

La fascinazione per la concezione esoterica dell’emancipazione dalla tirannide appare qui fondata nella Società degli Adelfi di Federico Confalonieri, che era il vertice italiano di un più complesso sistema internazionale. Qui le tracce si perdono e si fanno confuse: bisognerà ricorrere ad altre fonti per vedere le connessioni. Hurricane Jessie ci dive soltanto dell’affiliazione alla Carboneria dove Gran Maestro in Italia era il Console di Francia ad Ancona, il marchese Angelo Passano (altre fonti ci diranno perché Ancona e cosa questa città significò per la tradizione Misraim) e come proprio da questa esperienza, poiché il delatore che portò in carcere sia Passano che Mazzini fu un carbonaro, derivò la sfiducia di Mazzini verso gli Ordini Iniziatici. La stessa iniziazione simbolica che gli conferì Passano fu descritta da Mazzini come “ridicola” e che «la Carboneria era fatta cadavere».

Subito dopo questi fatti, Carlo X, il re dei Borboni che occupava il trono di Francia, fu rovesciato dai francesi che, in sua vece portarono Luigi Filippo d’Orleans, il “re borghese”, che però divenne un alleato del papa e dunque un reazionario ostile all’indipendenza italiana. Comprendendo l’inaffidabilità di Carboneria e Massoneria, su questi modelli Mazzini edificò un’organizzazione nuova, pur dotata di segni di riconoscimento e parole di passo di cui Jessie in parte riferisce: la Giovine Italia.

Riportiamo dal settimo capitolo:

La Giovine Italia ha per iscopo:

  1. La Repubblica, una e indivisibile, in tutto il territorio italiano, indipendente, uno e libero:
  2. La distruzione di tutta l’alta gerarchia del clero e l’introduzione d’un semplice sistema parrocchiale;
  3. L’abolizione d’ogni aristocrazia e d’ogni privilegio, che non dipenda dalla legge eterna della capacità e delle azioni;
  4. Promozione illimitata dell’istruzione pubblica;
  5. La più esplicita dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino.

Queste posizioni furono alla base della condanna a “pena di morte ignominiosa” comminata da Carlo Alberto re di Piemonte nel 1833.

In esilio a Marsiglia, l’incontro con Garibaldi. L’immediata connessione di questi spiriti forti, che poi gli intrighi del potere vollero a tutti i costi dividere. E qui troveremo Garibaldi, nel tempo, più obbediente ai principi massonici di quanto non fosse Mazzini che, più che obbedire, nei rapporti con la Massoneria e gli altri Ordini, vide sempre questi come strumenti di una più sublime idea: e ciò per quanto anche Garibaldi avrebbe dovuto trarre più alta esperienza della necessità di diffidare di quel mondo, se si considera che la condanna a morte che lo colpì fu determinata, come già quella di Mazzini, da un delatore che di quel mondo faceva parte.

La Repubblica Romana del 1849 sembrò realizzare il progetto della Giovine Italia. Mazzini diede ai poveri i locali del Santo Uffizio, consegnandoli agli operai «a tenue prezzo d’affitto». Ma la congiura di Pio IX non tardò nel venirne a capo, grazie all’intervento proprio della Francia repubblicana. Luigi Napoleone dimostrava la sua natura di uomo di potere, indifferente agli ideali.

La stampa procurò in ogni modo di metter contro Mazzini e Garibaldi, e riuscì in questo intento. Cavour aveva preso le redini del gioco, con una politica di piena sottomissione alla Francia. Luigi Napoleone domandò all’Inghilterra l’estradizione di Mazzini.

L’ingresso di Garibaldi a Palermo fu coperto dal legame con gli inglesi. Di questo Jessie non rivela o non conosce i retroscena. L’evento non fu indolore e di mezzo c’è la morte di Carlo Pisacane. Divenne chiaro che il potere temporale del papa, cioè lo Stato Pontificio e l’aristocrazia che lo puntellava, erano il vero problema per realizzare l’unità d’Italia. Il papa aveva l’appoggio della Francia: ma adesso Mazzini e Garibaldi avevano la copertura dell’Inghilterra.

Mazzini, artefice di molto di quell’operazione, non entrò in Sicilia, per non far ombra a Garibaldi, non permettendo così altre calunnie. Quando Garibaldi entrò a Napoli, la percezione dell’imminente raggiungimento dell’obiettivo divenne formidabile. Mazzini non andò nemmeno lì, per i medesimi motivi. Nel frattempo, morto Cavour, al governo andò Ricasoli, che revocò l’esilio di Mazzini.

Nuovamente la sorte cambiò volto, perché gli intrighi del papa riuscirono a sovvertire l’ordine delle cose. Furono i soldati di Vittorio Emanuele a sparare a Garibaldi. «Il Re non vuole Roma e per questo ha ferito Garibaldi» scrive Jessie. Anche Ricasoli che, sostituito dal Rattazzi per una fase, era tornato al governo, mutò sembiante e si orientò alla riconciliazione con il papato.

Garibaldi fu arrestato. Fuggì. Il papa chiese allora l’intervento dei francesi, ma troppo grande era ormai la sua fama e Vittorio Emanuele sconsigliò Luigi Napoleone.

Fu arrestato invece Mazzini, portato prigioniero a Gaeta.

La parabola era chiara. Quale fosse il potere reazionario che nega la conquista dell’ideale e del progresso ai popoli era ormai evidente: e dovrebbe esserlo ancora se avessimo occhi per vedere. È la lotta crudele dei ricchi contro i poveri, dove la chiesa benedice i ricchi e dispone i poveri a subire.

Come scrive Jessie nelle pagine conclusive, che ben dimostrano quanto le critiche prezzolate delle penne di regime contro il Mazzini filosofo siano pretestuose e ingiustificate, «La piaga della società economica sta nel fatto che il capitale è il despota del lavoro (…) la libera concorrenza per chi nulla possiede è menzogna (…) sancisce il dominio economico dei pochi ricchi di mezzi sui molti possessori di piccoli capitali o soltanto delle loro braccia e condanna alla lunga, col tristo ineguale riparto dei prodotti, a inaridire le sorgenti della produzione. La proprietà è mal costituita, perché l’origine del riparto sta nella conquista, nella violenza (…) perché le basi del riparto dei frutti del lavoro (…) non è proporzionata al lavoro stesso (…) perché tende ad essere monopolio di pochi e inaccessibile ai più (…) perché il sistema delle tasse è mal costituito e tende a mantenere un privilegio di ricchezza nel proprietario, aggravando le classi povere e togliendo loro ogni possibilità di risparmio (…) Non bisogna abolire la proprietà perché oggi è di pochi; bisogna aprire la via perché molti possano acquistarla (…) bisogna che gli operai diventino partecipi del capitale, proprietari anch’essi dei mezzi di produzione».

Dottrina impeccabile che, applicata, condurrebbe a sana gestione della Repubblica e a progresso sociale e che, per un certo periodo, sarebbe divenuta patrimonio della Prima Internazionale dei Lavoratori. Ma presto le tesi di Mazzini, anche qui, troppo grandi, troppo nobili, dovettero cedere agli intrighi di pretesi comunisti, come Marx, che assonnò la possibilità di un crescente accesso del popolo alla consapevolezza spirituale per il tramite del materialismo, o come Bakunin che, dietro la declamazione dell’anarchia, sosteneva «Bisogna insegnare all’operaio ciò ch’ei deve volere».

Se il tempo deve ancora decidere e se Mazzini dev’essere ancora riscoperto, non è da dubitare. Egli è stato in anticipo sui tempi, e lo è tutt’ora. La sua visione del mondo è trascendente. Vede nell’esistenza del singolo, in ogni esistenza, il fine. Un fine che si può rivelare solo se l’educazione metta la persona di divenire cosciente. E ciò che vale per i singoli vale per le nazioni: e quando la soglia di coscienza lo permetterà, giungerà l’ora in cui il principio federativo prevarrà e il mondo potrà riconoscere i diritti ad ogni singolo, che saprà anche dei suoi doveri che lo costituiscono libero.

L’anima è immortale. E ciò che si fa in vita secondo le leggi dello spirito si trasporta nelle sfere superiori.

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