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I Crimi e il Teatro Mazzini

Crimi, (don) Gaetano (1808-1874). Nel 1826 va ad Atene a studiare greco e latino, poi sposa Laura Aleotti, figlia di un marionettista ed inizia la sua attività di puparo. Nel 1935 apre il suo primo teatro in piazza S. Filippo (poi piazza Mazzini). E’ collaborato da Giovanni Grasso e dalla sorella di questi, Santa. Il suo teatro ha poi diverse sedi, da Via Castello Ursino, a casa Bruno in Piazza del Carmine, quindi in casa Fernandez nella Via Lincoln (oggi via A. di Sangiuliano). Poi si sposta in casa Rizzari e dopo in Via Montesano (angolo con Via Caff), in un teatro chiamato Parnaso (1863) e che nel 1867 trasferì in Via Leonardi. Il suo cavallo di battaglia era la Storia greca, con le “marionette ignude” (non armate) e conquista subito un pubblico di studenti e di ogni ceto sociale. Nel 1869 mette in scena La Passione di Cristo(u mottoriu), facendo recitare alcuni studenti universitari di lettere classiche; realizza cosi l’opera dei pupi con personaggi viventi. Il successo lo porta a mettere in scena grandi spettacoli come la Gerusalemme Liberata. E’ maestro di Giovanni Cantone e di Raffaele Trombetta. Si sposa per ben tre volte; infatti, dopo Laura Aleotti, sposa Carolina Giannotta (nel 1846) e poi Agata Versaglio (nel 1859). Dalle tre mogli ha ben 26 figli, di cui cinque seguono le sue orme; molti figli avuti con le prime mogli morirono di colera (1854).
Il figlio don Carmelo (Càrminu, 1845-1913), dopo aver gestito, assieme ai fratelli, il teatro Roma, inaugurato nel 1873, si trasferisce a Paternò (1895) e poi a Vittoria; il proprio figlio Domenico vince, nel 1931, il terzo premio nella disfida regionale dei pupi siciliani. Francesco (1851-1897), figlio di Gaetano, dopo avere lavorato nel teatro del padre a fare Orlando “vivente”, collabora con i fratelli nel teatro Roma, che ben presto lascia per girare i paesi della provincia (teatro nomade) e muore ad appena 46 anni.

Sempre tra i figli di don Gaetano, Giuseppe (1854-1937), lavora con vari marionettisti nel nord Italia, quindi nel 1883 è a Siracusa, nel 1900 a Caltagirone e poi a Lentini. Lavora anche con i fratelli nel teatro Roma. Quindi si dedica alla rielaborazione dei testi paterni che esulano dal filone cavalleresco. Ci lascia Lo sbarco di Garibaldila presa di Roma, Il Vespro Siciliano, oltre ai vecchi Sansone e Dalila e La guerra di Troia.

Clementina (1864-1906), altra figlia di Gaetano, dopo aver lavorato con i fratelli, sposa nel 1883 il puparo Raffaele Trombetta e apre il teatro Mazzini. Dal 1899 al 1914 lavorano al teatro Dante.

Maria, altra figlia, dopo avere collaborato con i fratelli nella conduzione del teatro Roma, riaprì nel 1978 il teatrino di vico San Cristoforo, già gestito per qualche anno prima dal fratello Francesco.

L’ultima pupara dei figli di don Gaetano, Nazzarena (1856-1928?) , dopo aver lavorato anch’essa al teatro Roma, sposa il puparo Giovanni Cantone e insieme (fine 1800) lavorano al teatro Ameglio di via Ventimiglia.

Maria Crimi (Marietta, 1866-1923), figlia di Carmelo, con l’aiuto del marito, Alessandro Librizzi, e del figlio Giuseppe dopo, continua l’attività di marionettisti-pupari a Paternò (1910-1923).

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Sul famoso tenore Giulio Crimi, nato a Paternò nel 1885, si noti come tra le recensioni critiche (in Paternogenius) risaltino i nomi di Nino e Nuccia Caserta Librizzi.

La musica era parte del patrimonio familiare dei Crimi. Prima di dedicarsi al teatro dei pupi (di cui si dovrà indagare il modo in cui la Chanson de Roland era un metodo per cantare le gesta di eroi rivoluzionari che sottendevano il Risorgimento di Mazzini e Garibaldi, come si legge tra le righe del saggio di Valentina Venturini, dal quale, con un rimando alla trascrizione delle Memorie scritte dal figlio di Gaetano, Giuseppe, apprendiamo che “il Crimi è diverso per formazione dagli altri pupari: «Gaetano Crimi nato in Licata l’anno 1808 il 25 dicembre, dal maestro di musica e professore di violino sig. Diego, trovavasi sin dal 1826 in Atene a studiare lingua greca e latina, dove in otto anni aveva tradotto in italiano la storia di Alessandro Magno, la storia greca, il Dramoro di Medina, e molti altri scritti» (Memorie di Giuseppe Crimi scritte intorno al 1924, in Ettore Li Gotti, Il teatro dei pupi, Firenze, Sansoni, 1957, pp. 161-167, la cit. è a p. 164).

Un punto da chiarire è l’infondatezza della storiografia e della critica che ha etichettato come inadeguata la consapevolezza dei meridionali per poter sostenere lotte di emancipazione. Luoghi intellettualmente attivi come le accademie diffuse in quegli anni in Sicilia, distinte e separate dall’università, dimostrano una vita intellettuale dinamica e intensa, oltretutto discretamente distaccata dal controllo borbonico, a causa del centralismo napoletano della corte del re. Specialmente Catania, ancor meno sotto controllo di Palermo, ha saputo creare contesti (tra questi, l’Accademia degli Etnei) e giornali (Stesicoro) libere abbastanza da far passare contenuti rilevanti, come le opere di Foscolo. Ed anche la cultura popolare non era così da trascurare. I pupari, in particolare, specie i più colti, ebbero un ruolo di trasmissione tra i dotti del tempo e i ceti popolari, usando la Chanson de Roland come metafora per gesta eroiche contro i Borboni oppressori, reggendo consapevolmente la causa risorgimentale di Mazzini e Garibaldi.

In quest’epoca di revisionismo con tendenze neo-aristocratiche, che il popolo inconsapevole digerisce tra le pieghe della propaganda dei talk show televisivi, si sente talora dire che al tempo dei Borboni si stava meglio: il che può essere anche vero per chi faceva parte dell’aristocrazia del tempo, che esercitò un potere arbitrario e discrezionale fino all’abolizione del sistema feudale con la costituzione del 1812 ed anche dopo, perché quella costituzione formale non fu mai attuata. Il popolo non aveva alcun diritto e, a differenza dell’Italia settentrionale, non c’era nemmeno la possibilità della mezzadria: per cui i braccianti erano sostanzialmente dei servi della gleba, che al mattino venivano raccolti nelle piazze dei paesi per andare a lavorare nei campi, e al tramonto venivano riportati con i carri alla piazza. Impossibile protestare, perché gli scagnozzi del potere, i cosiddetti “camperi”, potevano picchiarli e persino ucciderli senza che questo potesse per loro generare alcun problema. Per un’analisi del sistema borbonico, si veda ad esempio Vincenzo Orlando, La rivoluzione antiborbonica di Messina del 1848.

Di fronte alle tante aspettative e illusioni che il popolo siciliano aveva nutrito al richiamo delle speranze che venivano dalle ide di Mazzini e dell’azione di Garibaldi. Ma poi gli eventi precipitarono: si trattava di guerra, e la guerra non è mai lieve. I fatti di Bronte sono una pagina dolorosa di quel momento. Gli accordi tra lo Stato Pontificio e i Francesi, con l’obbedienza di Garibaldi e l’opposizione di Mazzini, unica, ferma, distaccata ma anche impotente, sono state terribile delusione dell’utopia.

Un altro punto va trattato, in ordine al pregiudizio che la parte principale della storiografia ha impresso sulla cultura popolare siciliana e meridionale in generale.

L’affermazione che il Mezzogiorno non aveva una cultura adeguata a supportare la rivoluzione è oltre che ingiusta, falsa: perché il popolo appoggiò in larga misura le idee di Mazzini e l’azione di Garibaldi, anche se certamente alcuni furono trattenuti e condizionati dal potere dei baroni locali fedeli ai padroni (i Borbone) e allo Stato Pontificio (come nel caso dei fatti di Bronte): ma fu piuttosto la presenza dei rinforzi francesi a mutare un quadro che si saebbe altrimenti sgretolato in favore delle camicie rosse.

La posizione della storiografia ufficiale è stata comunque recisa, anche quando a chiosarla sono stati i più autorevoli tra gli storici: persino Gramsci cade in questo stereotipo. In Favola e Verità dei Pupi Siciliani di Sebastiano Lo Nigro (conferenza tenuta a Catania il 4 maggio 1976, pubblicata in LaresTrimestrale di Studi Demoetnoantropologici, anno LXII n.2 – Aprile – Giugno 1996, Leo S. Olschki ed., Firenze, e riportata in Leonardo Sciascia web), troviamo questo emblematico passaggio: «ha acutamente osservato Antonio Gramsci nelle sue penetranti note sul Risorgimento italiano: “In assenza di una sua letteratura “moderna” alcuni strati del popolo minuto hanno soddisfatto in vari modi le esigenze intellettuali e artistiche che pur esistono, sia pure in forma elementare e incondita: diffusione del romanzo cavalleresco medievale Reali di FranciaGuerino detto il Meschino, ecc. specialmente nell’Italia meridionale e nelle montagne” (Antonio Gramsci, Letteratura e vita nazionale, Torino, Einaudi, 1996, p.107).

C’è da dire che Gramsci si mostrava più informato dei maggi toscani di argomento epico-cavalleresco e agiografico, mentre ignorava del tutto l’esistenza del teatro dei pupi siciliani, e la cosa si spiega col carattere più chiuso e arretrato della cultura tradizionale del Meridione. Ma l’accostamento delle due aree culturali isolate dell’Appennino tosco-emiliano e del Meridione ci appare pertinente ed acuto, anche se resta da vedere quali siano i caratteri strutturali e funzionali dei maggi toscani, che sono recitati cantando da personaggi vivi sulla base di un testo poetico in quartine di ottonari, rispetto ai più rozzi scenari o copioni dell’opera sui pupi siciliani che offrono all’oprante solo una traccia generica.

Contrariamente a quanto supponeva Li Gotti sulla fragile base di sporadici e tardivi spettacoli di argomento patriottico, i pupi siciliani non nascevano nel clima eroico e liberale del Risorgimento italiano per la semplice ragione che da questo movimento di riscatto morale e materiale i ceti più bassi dei contadini e degli artigiani erano stati tenuti fuori.

La fiammata di entusiasmo popolare per la figura eroica e leggendaria di Garibaldi si spegnerà ben presto, quando le masse dei proletari delle campagne e delle città si accorgeranno che anche l’intrepido condottiero ha dovuto cedere alla politica reazionaria del Regno sabaudo al punto da ordinare i massacri dei contadini insorti a Bronte e in altri comuni rurali contro lo sfruttamento dei proprietari terrieri.

In mancanza di un contatto con la cultura borghese più progressiva, il teatro popolare potrà dunque contare solo sulla attività letteraria di tipo artigianale e tradizionale di una piccola borghesia che aveva come libri di lettura i Reali di Francia e il Guerin Meschino del cantimbanca Andrea da Barberino vissuto in Toscana tra la fine del Trecento e gli inizi del Quattrocento, oppure conosceva gli scenari della Commedia dell’arte ripresi dalla commedia buffa napoletana, e che era soprattutto fedele ad un tipo di romanzo eroico-galante in cui si era rispecchiata la società neofeudale del Seicento barocco e arcadico.

L’opera più famosa della narrativa romanzesca secentesca sarà appunto quel Calloandro fedele scritto dal sacerdote genovese Giovanni Ambrosio Marini, pubblicato nel 1652 – 1653, e destinato a diventare il libo popolare per eccellenza nel repertorio dei cantastorie del Nord e del Sud e quindi dei loro continuatori, che sono gli opranti del teatro cavalleresco (…) Il nome che merita d’essere citato al posto d’onore è quello di Gaetano Crimi, nato a Licata nel 1808, ma vissuto poi sempre a Catania, dopo un lungo soggiorno ad Atene, dove il padre, maestro di musica, l’aveva mandato per compiervi gli studi. Il viaggio in Grecia sarà decisivo per la formazione culturale del giovane Crimi, che si perfezionerà nella conoscenza del greco e del latino, al punto di poter tradurre in italiano la vita di Alessandro Magno, racconti di storia greca e un’opera che s’intitola Dramoro di Medina.

Sarà questo nutrito bagaglio di cultura classica che lo spingerà a preferire la rappresentazione di leggende del ciclo greco e troiano, quando darà inizio alla sua attività di regista di spettacoli teatrali a Catania nel 1835, come c’informa il figlio Giuseppe nelle sue Memorie. Ma il fatto più importante del soggiorno ad Atene era stato l’incontro con un teatro di marionette in cui agiva come collaboratore dello spettacolo la figlia dell’oprante, una Laura Aliotti, che Crimi prenderà come sposa; portandola con sé in Sicilia insieme alle sue marionette.»

In rapporto a questa ricostruzione, che oppone la costante retorica di un Mezzogiorno inadeguato ad avere una capacità ideologica importante, si deve contrapporre proprio la specificità di don Gaetano Crimi, capace di lavorare su testi greci e latini, figlio di un violinista e legato inoltre ad un eroe siciliano del Risorgimento, Giovanni Crimi (vedi articolo Carbonari e Repubblicani). L’attribuzione del nome “Mazzini” al teatro fondato da Carolina Crimi e Raffaele Trombetta costituiscono ulteriore elemento di riflessione per rivedere il giudizio sommario espresso dai critici.

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Una nota personale.

L’ortografia Krymy che ritroviamo in rapporto al nome di Giovanni Crimi (vedi articolo sopra richiamato), che le fonti danno come nome di origine greca, rimandano all’ipotesi fatta da chi scrive, sulla base della corrispondenza con il prof. Dan Shapiro dell’Università di Yalta, che Krymy significhi semplicemente “persona che viene dalla Crimea” e che la penetrazione dei Crimi in Sicilia sia avvenuta intorno all’anno Mille, al seguito del generale bizantino Giorgio Maniace, per la reconquista della Sicilia (cfr. International symposium on the Karaites studies, Bilecik University, 2011 From_Tavrida_to_Crimea_The_Terms_of_Krym, pag. 116).

Krym-karailar, è un’etimologia che conduce all’origine karaita di questo ceppo, per cui si dovrà considerare l’ipotesi di un’origine ebraica orientale, poiché questa è la stirpe dei principi caraiti che si rintraccia dalle fonti (cfr. Karaite Judaism: A Guide to Its History and Literary Sources, edited by Meira Polliack); 

The people call themselves karai (pl. karailar). The designation has been linked to an Old Hebrew verbal noun qáráím ‘readers’ (of Holy Scripture), which would indicate that the members of this small Turkic group are adherents of a minor branch of Judaism. In an effort to distinguish between the Karaim and the Karaite, some scholars use the designation ‘East European Karaim‘ for the former. In some sources the Karaim have been recorded as the Tatars (this is sometimes used by the Karaim themselves), or as the Kirghiz or the Jews.

It is important to note that as recently as the beginning of this century literate Karaim priests regarded Hebrew as the Karaim language. Hebrew is the language in which sacred texts were written and it is still used during services of the sect in Egypt, Turkey and Israel.

Religion has played an important part in forming the Karaim people. Since the 8th century the Karaims have belonged to a sect of Karaism initiated by Anan ben David. This is a reformed Judaism which defends the religious doctrine as it is written in the Bible and rejects the Talmud, the oral tradition. From the 8th to the 10th centuries the Karaims were subjected to the rule of Khazar Kagan. It is recorded in the 13th century that the Karaim congregation practised in Solkhat, the capital city of the Crimean Tatars. In the 14th to the 16th centuries a small number of the Karaim people from Middle Eastern countries were absorbed by the Crimean Karaim.

The Karaims are settled widely in the Crimea, western Ukraine and Lithuania (cities). A small number of them also live in Poland, Romania and the U.S.A. Between the 11th and 18th centuries the majority of the Karaim lived in the mountainous central part of the Crimea, mostly near Bakhchisarai (Bahçesaray), in a fortified town called Cufut Kale (‘a Jewish fort’). In 1397 Vytautas, Grand Duke of Lithuania, resettled 383 Karaim families from Solkhat, now Stary Krym, on the Crimean Peninsula to the Trakai area in Lithuania.

Queste considerazioni hanno determinato in chi scrive un riconoscimento inconscio nella dedizione allo studio della Torah e, al contempo, una insoddisfazione verso l’ebraismo occidentale dominato dalla concezione rabbinica. Di questo stato emozionale e del suo successivo riconoscimento in funzione degli studi è data notizia oggettivata storicamente con il saggio Kohen Qabbalah e con il trattato L’Ebraismo per non ebrei, poi evolutosi nella composizione del testo Il Dio dell’Eden, dove è dato ampio risalto e spiegazione alle suggestioni dell’ebraismo orientale.

Kohen Qabbalah

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il dio dell'eden

Sulle origini ebraiche del nome Crimi, è inoltre da considerare la rilevanza di un Iosué Bennacrimi, originario di Randazzo, ultimo Dayan Kelaly della comunità ebraica (alyama) in Sicilia, prima dell’espulsione degli ebrei dai possedimenti della corona spagnola, entro la quale la Sicilia ricadeva nell’anno dell’editto (1492). Si dà notizia del fatto che Iosué rimase in Sicilia, sposando una donna cattolica e accettando la conversione, inserendosi di fatto in quel fenomeno comunemente chiamato dagli storiografi “marranesimo”, al pari di altre personalità eccellenti come Guglielmo Raymondo Moncada, noto peraltro per esser stato artefice del trasferimento delle più rilevanti opere ebraiche all’Accademica Platonica Fiorentina, attraverso l’intermediazione di Pico della Mirandola e Marsilio Ficino. Di queste notizie si può verificare la storicità soprattutto attraverso il Volume V di Italia Judaica.

Giungendo all’epoca risorgimentale, la vicenda di Giovanni Krymy è emblematica del consapevole intento antifeudale e antiborbonico, che smentisce ogni ipotesi contraria. Se si consente di chiudere questa nota con le risonanze di coscienza con cui è cominciata, chi scrive deve ammettere che non conosceva ancora la vicenda umana e politica di Giovanni Krymy quando iniziò a raccogliere gli studi che sarebbero confluiti nell’opera Mazzini Occulto che per molte ragioni si lega (Krymy era un abate che lasciò i voti, per divenire un combattente della libertà) a Giordano Bruno, di cui ho avuto l’ardire di scrivere una canzone: e la storia di Giordano Bruno, non foss’altro che per il comune autore dei monumenti bronzei di Giordano e di Mazzini, Ettore Ferrari, si legano indissolubilmente.

mazzini occulto

Mi accorgo fatalmente di aver generato una commistione tra il senso della ricerca storica e dottrinale con le radici del mio DNA, vorrei dire: delle voci ataviche che mi abitano e a cui ho dovuto dar voce. Non posso quindi se non completare con uno studio iniziale e seminale, fondato proprio sulla ricerca delle origini e fondato su un’esegesi dei primi tre capitoli del libro della Genesi, con l’autorevolissima introduzione di Luigi Moraldi che, come molti ricorderanno, è stato il più importante traduttore in lingua italiana dei testi di Nag-Hammadi.

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Dacché ho raccontato quasi tutto, mi sia permesso di chiudere cantando.

Giordano Bruno vhx

 

Carbonari e Repubblicani

Il Catechismo Repubblicano per l’istruzione del Popolo e la rovina de’ Tiranni fu stampato a Venezia “nell’anno primo della libertà italiana”, cioè nel 1797, e riportava i cardini attorno a cui la carboneria si sarebbe costruita: l’idea che la nazione è il popolo; che la nazione-popolo deve governarsi da sé e che l’autogoverno popolare è il governo democratico; che il governo democratico ristabilirà la legge originaria, egualitaria, naturale e divina, infranta dalla malvagità e dall’ambizione degli uomini; che il governo democratico è un governo di popolo esercitato da uomini virtuosi; che l’unione universale delle Repubbliche realizzerà, quando l’umanità sarà pronta, un sistema senza capi, egualitario, superiorem non recognoscens.

L’assunzione di Cristo a simbolo del Sol dell’Avvenire, lasciando filtrare la tensione protestante verso il cristianesimo delle origini, portava luce dalle nubi dell’occultismo sette- e ottocentesco e, insieme, aveva lo scopo di facilitare il messaggio egualitario della redenzione sociale del popolo tra le masse popolari, esercitando attrazione verso le fasce intellettuali del basso clero. In questa quota troviamo l’abate messinese Giovanni Antonio Crimi, autore di Statuto e Istruzione, documenti istitutivi di una setta denominata Repubblica, particolarmente rilevanti per gli storici del Risorgimento, perché rappresentano l’unico esemplare di catechismo carbonaro conservato (Archivio di Stato di Palermo). Tra i vari scritti che riguardano Giovanni A. Crimi, va ricordato F. Guardione, Giovanni Krymy, in «Rassegna storica del Risorgimento», anno II, fasc. III, 1915. Proveremo adesso a ripercorrerne i passi.

Il padre di Giovanni, Nicolò Crimi, era un funzionario nell’amministrazione feudale. Coerentemente ai desideri del padre, Giovanni entrò giovanissimo nel Seminario cassinese benedettino di Messina, dove nel 1817 fu ordinato sacerdote. Ma presto sentì dentro sé una spinta diversa, simile a quella che due secoli e mezzo prima aveva guidato Giordano Bruno: farsi filosofo e rivoluzionario. Così nel 1820, lo troviamo partecipe dei Moti Carbonari di Palermo, mosso dal desiderio di impedire la restaurazione borbonica e la cancellazione della Costituzione del 1812, che aveva abolito la servitù feudale e sancito la espropriabilità dei beni dell’aristocrazia insolvente.

Giovanni riportò una ferita ad una mano, ma andò peggio ai suoi amici Brigandì e Cesareo, che vennero condannati a morte. Riuscito a fuggire, Giovanni venne successivamente arrestato per insubordinazione al Vescovo di Patti. In carcere alimentò le sue attività. È dal carcere che, nel 1825, scrive i documenti istitutivi dell’organizzazione segreta “Repubblica”. Tornato libero, a partire dal 1826 la diffuse, con il nome “Repubblica Romana“, tra Palermo e Messina, celata dietro le forme di circolo politico-letterario (tra gli aderenti figuravano A. Catara-Lettieri, G. Di Bella, F. Cundari, il barone Sofia con il fratello e il nipote, A. e I. Patania, F. Capasso, A. Mangano, G. Doller, A. David, N. Scuderi ed altri). Nel 1827 la cellula messinese fu scoperta dalla polizia e i cospiratori arrestati; Krymy e compagni vennero condannati a morte dalla Commissione Suprema di Palermo.

Tre giorni prima dell’esecuzione, in virtù di un concordato con la Chiesa, il Krymy si vide commutare la pena capitale in ergastolo; nel 1828 la pena venne ridotta a 24 anni di reclusione che il patriota scontò tra le carceri di Palermo, Trapani e Nisida. A partire da marzo 1845 fu sottoposto a domicilio coatto a Napoli.

Liberato nel 1847, fece ritorno a Messina, ove visse in condizioni di indigenza, riuscendo a guadagnare qualche soldo impartendo lezioni di latino e greco; è lo stesso Krymy che descrive così la sua grama situazione: “trovai tutti miei beni depredati e venduti da’ miei congiunti, e per due anni mendicai un pane alla pietà dei fedeli“.

Il 1º settembre 1847, Giovanni Krymy, insieme ad Antonio Pracanica e Paolo Restuccia (1815-1854), capeggiò la Rivolta di Messina, organizzando le squadre armate che diedero il via alla sollevazione e al combattimento ingaggiato nella piazza antistante al Duomo di Messina tra le bande degli insorti e le truppe borboniche provenienti dalla Cittadella. Per quanto eroico e passionale, il tentativo insurrezionale fallì. Krymy riuscì a fuggire travestito da mendicante, ma pochi giorni dopo venne riconosciuto e arrestato dalla gendarmeria borbonica. Portato in groppa ad un asino, fu esposto allo scherno e alla beffa per le vie di Messina, per poi esser tradotto nella famigerata “Cittadella” e giudicato da un tribunale straordinario. Nel corso della detenzione, attendendo la sentenza, venne sottoposto a tortura. Nuovamente condannato a morte, tuttavia la condanna non poté esser eseguita, mancando la ratifica pontificia (come disposto da una legge del 1839), che non arrivò mai per la protezione del cardinale arcivescovo di Messina, Francesco di Paola Villadecani, che non riunì mai la commissione di tre prelati che avrebbe dovuto rendere esecutiva la sentenza.

Durante la Rivoluzione del 1848, evaso dal carcere corse a combattere contro i Borbonici asserragliati nelle fortezze attorno a Messina. Fervido ed entusiasta rivoluzionario, il 5 aprile 1848 stampò la “Lettera al popolo di Messina“, ricca di spunti autobiografici. Esponente dello schieramento democratico e repubblicano, il 3 maggio 1848 fondò e presiedette il circolo politico “La Vecchia Guardia della Libertà” e si preoccupò di scongiurare i disordini tra le squadre armate.

Dopo 9 lunghi mesi di durissimo assedio, il 7 settembre 1848, l’esercito borbonico riuscì ad entrare a Messina, agendo con crudeltà verso la popolazione civile e seminando distruzione. Krymy riuscì a fuggire a Palermo, dove combatté fino al 15 maggio 1849, giorno in cui anche la capitale siciliana venne espugnata dall’esercito di Ferdinando II di Borbone.

Dopo una breve detenzione, si ritirò nella nativa Galati Mamertino, desideroso di vivere un’esistenza appartata: ma fu denunciato dal notaio del paese, Lando, nonostante la difesa ufficiale dell’Intendente di Messina, dott. Michele Celesti, che aveva dichiarato che il Krymi “ viveva tranquillo volendo chiudere i suoi giorni in pace e senza più volgere il pensiero ad utopie“.

Su ordine del generale Carlo Filangieri, principe di Satriano, nei primi mesi del 1850, Giovanni Krymy venne rinchiuso nelle prigioni centrali di Messina, dove morì di privazioni e, probabilmente, di colera, il 6 settembre del 1854, condividendo la stessa sorte con l’amico di sempre, Paolo Restuccia.

Anche sulle origini dei Crimi in Sicilia, si veda l’articolo di Dario De Pasquale, cliccando sull’immagine che ritrae Giovanni Krymy (con particolare attenzione alla nota 1, dove si riferisce che i Crimi traggono origine dal gruppo giunto al seguito di Giorgio Maniace). Si veda altresì la pagina presente in Fondazione Crimi.

Giovanni Krymy
Giovanni Krymy, 1794-1854

Figlio del Drago

recensione a MARIA DRAGO MAZZINI di Bianca Montale

 

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La biografia pubblicata a cura del Comune di Genova nel 150° anniversario della Nascita di Giuseppe Mazzini, reca la firma di Bianca Montale, che sarebbe poi divenuta Direttrice dell’Istituto Mazziniano, membro del Consiglio di Presidenza nazionale dell’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano e della Commissione nazionale editrice degli scritti di Mazzini. Inoltre, come il cognome e la città natale fanno presagire, l’autrice è nipote (e curatrice degli scritti) di Eugenio Montale.

Con questa predisposizione, Bianca Montale è una donna che scrive di una donna, e lo fa con rigore ed onestà. E ci avverte, e ci informa: «Voler ricercare in lei la pensatrice o la letterata significherebbe falsarne la figura e lo spirito e diminuirne la grandezza. Poiché essa è grande per un motivo tutto diverso. Perché ha saputo dimenticare se stessa, donare con semplicità senza nulla ricevere, sacrificare in silenzio ogni cosa più cara. In Maria si rivela un mirabile equilibrio tra la tendenza al misticismo – la sublime fiducia nella divinità, il disprezzo per chi dalle cose di Dio si allontana – e la concretezza pratica della donna d’azione che vive degli affetti che la legano alla terra ed è lontana da forme di negativa astrazione e contemplazione. Essa sa vivere una concezione morale rigida e severa che innalza a Dio chi sa attuarla.»

Il misticismo di Giuseppe Mazzini è già completamente innestato nella concezione della vita di sua madre, e si amplifica attraverso i precettori giansenisti che curarono la prima educazione di Giuseppe da bambino. La sintesi del giansenismo è nel trasmettere ad ognuno la consapevolezza di non esser nato per caso, ma di avere una missione. L’abate De Scalzi, con cui Giuseppe compirà gli studi di grammatica, e poi l’abate De Gregori, di cui frequenterà i corsi di umanità e di retorica, trasmetteranno nel ragazzo gli insegnamenti della dottrina di Cornelis Jansen, che in lui rilucono chiaramente quando scrive: «Noi non siamo che un pensiero religioso incarnato. Abbiamo una missione. Che importa che riesca o no? La vita non finisce quaggiù…»

Questa impostazione, fondamentale sotto il profilo delle radici culturali, non dev’essere scambiata per rigida impostazione religiosa. Bianca Montale non cade certo in questo errore e chiarisce: «Mazzini, profondamente credente nell’intimo dell’animo, ha una fede in Dio che nessuna delle religioni terrene contempla, in diretta comunione con la coscienza dell’umanità, e per questo si allontana dal sistema di gerarchie della Chiesa cattolica».

È perfettamente chiaro, in questo credere nell’intimo dell’animo, in diretta comunione con la coscienza dell’umanità, la consapevolezza esoterica che Giuseppe ha maturato nei suoi molteplici viaggi e attraverso il contatto con intellettuali europei che gli hanno aperto altre visioni sul mondo dello spirito. Nello stesso tempo, l’amore per la madre e il suo desiderio di trovare con lei punti di intesa, gli faranno comprendere che la leva della religione rimane la forza di base per l’educazione del popolo. In questo modo, Giuseppe non rifiuterà mai di parlare con linguaggio semplice, per farsi capire da tutti, per essere fedele al verbo e al desiderio di sua madre e così potendo adempiere ad un ruolo non confinato alla dimensione intellettuale appannaggio di pochi, ma esser veramente apostolo popolare.

È sua madre che lo sostiene nel momento della prima grande svolta, quando si oppone al desiderio di suo padre che avrebbe voluto divenisse medico come lui, e invece lui sceglie la giurisprudenza. E, soprattutto, è sempre lei, sua madre, ad essergli accanto all’indomani della tragedia del 1833 quando, in seguito al ritrovamento della polizia di documenti dell’associazione clandestina “Giovine Italia”, molti vengono arrestati e Jacopo, l’amico di sempre, l’amico più caro, si suicida in carcere.

Lei rimane lucida, non si perde nello sgomento, capisce subito la necessità di eliminare ogni traccia che possa compromettere il figlio. Soprattutto, non lo abbandona nel momento in cui tutti fuggono via, continua a sostenerlo mentre è in fuga, ormai sotto condanna a morte, definito “nemico della patria e dello stato”: gli fa pervenire aiuti finanziari, all’insaputa del padre, che lo ritiene responsabile delle sciagure accadute, che vorrebbe mutasse atteggiamento e si disponesse a implorare per il perdono. Solo lei, sua madre, resta l’unica a dirgli di non abbandonare l’ideale. Gli raccomanda di essere prudente, di fare attenzione, ma di non mai desistere: «Si il prediletto di Dio… io veggo già la tua innocenza coronata in cielo, il tuo nome è destinato a sfolgorare in eterno tra i benefattori dell’umanità» giunge a scrivergli, e lui risponde: «Nei più acerbi miei palpiti una voce di sicurezza si facea sentire entro di me dicendomi: il figlio tuo non perirà, poiché lo protegge Iddio… questa è la mia fede.»

La fede, ancora, che per Maria è stimolo fervente, per Giuseppe è la voce della coscienza, e per entrambi è la scintilla che li unisce allo Spirito.

E ancora, Maria Drago Mazzini è la donna che fa di casa sua il luogo del figlio, anche quando lui non c’è perché in esilio, per ognuno che venga a parlare di lui e delle sue idee, ad animare progetti di libertà e di repubblica, la sua casa è sempre aperta: e sarà un circolo in cui le donne più sensibili mettono radici, come Carolina Celisia, Nina Cambiaso, Fanny Balbi, Carlotta Benettini e, naturalmente, Giuditta Sidoli, di cui per lungo tempo sarà “l’angelo intermedio”. O come quando incarica Filippo Bettini di ricerche su Giordano Bruno, o a Bernardo Ruffini studi su Foscolo.

Tutto questo fa di loro due anime inscindibili, che ancora ardono in unica fiamma, riunite come Giuseppe un giorno scrisse: «Noi ci riuniremo un giorno dove Dio ci avrà destinati: crediamolo con fiducia.»

Tradizionalismo e Progressismo

Noto soltanto adesso questo grazioso commento dell’autore del blog leozagami.com ad un mio articolo del 2015. Poiché la citazione è testuale, non ho nulla da aggiungere, né da togliere. Dissento dalla definizione cattocomunista che mi viene attribuita, perché la mia storia personale non ha pertinenza con quegli ambiti dottrinali. Invece di utilizzare vezzeggiativi sui miei libri, se solo fossero stati letti vi si sarebbe riscontrata un’impostazione mazziniana e illuministica, che risulta irriducibile al doppio schema cattolico e comunista. Preciso che il cattolicesimo di sinistra è la tradizione di Aldo Moro, che merita ogni rispetto. Dico solo che non è il mio alveo ideologico, e questa affermazione mi induce a stabilire distanze e differenze, in specie tra quanti vedono la verità come una costruzione dogmatica, posseduta esclusivamente da un numero ristretto di pretesi “eletti” e quanti invece concepiscono la verità come dimensione spirituale alla quale tutti possono accedere, se si costruiscono le condizioni perché ciò accada. La prima posizione si dice “tradizionalismo”. La seconda “progressismo”. Il progressismo dell’Ottocento permeava l’idea del sol dell’avvenire e la promessa di un futuro luminoso, di un’età dell’Aquario, dei “Miranda Sexta Aetatis”. Oggi, la sinistra è soltanto materialista e marxista, e ogni letteratura esoterica è alla mercé di filosofi oscurantisti. Possa questa breve riflessione offrire un raggio di luce al Lettore.

 

 

Su “Mazzini e Bakunin” di Nello Rosselli

Mazzini e BakuninI rapporti tra Mazzini e Bakunin si delineano sullo sfondo della Prima Internazionale. Corrispondono quindi agli ultimi anni dell’esperienza terrena di Giuseppe Mazzini, e si caratterizzano per la gravità degli interessi, con una punta di rammarico per quel che è stato e quel che invece avrebbe dovuto essere. Ed è probabile che qualsiasi ragionamento e proposta che voglia con sincerità dirsi progressista, debba fare i conti con le idee di Mazzini in rapporto alla necessità di impedire il prevalere del materialismo, che non è se non un manto oppressivo e destinato a mantenere i ceti subalterni in condizione di non comprendere quel che necessita al loro vero e duraturo progresso.

Il I Congresso dell’Internazionale, si tenne a Ginevra il 3 e l’8 settembre 1866, presenti una sessantina di delegati, quasi tutti francesi e svizzeri, senza alcuna rappresentanza italiana. La freddezza di Mazzini e dei suoi verso l’Internazionale derivava dal carattere materialista che l’associazione, adottando gli statuti di Marx, aveva assunto. Ne scaturì un’insanabile polemica e un indebolimento della Giovine Europa, che declinava a tutto vantaggio dell’Internazionale, anche in Italia.

Essendo insanabile il contrasto con Marx, Mazzini trovò sponda in Bakunin, di cui si diceva essere alto esponente della Massoneria ma, come Mazzini, con un’attitudine a valersene, più che a servirla. L’accordo con Bakunin, fondato sulle parole Libertà e Giustizia  varrà alla pubblicazione sul mazziniano «Giornale delle Associazioni operaie» di Genova, di articoli favorevoli all’Internazionale, e nello stesso tempo la Società operaia di Genova si poneva in relazione diretta col Consiglio generale di Londra.

Bakunin, spingendo il moto in Italia, perseguiva il fine di acquistare consensi per la lotta, interna al Consiglio generale dell’Internazionale: come Mazzini, temeva che venisse resa obbligatoria, nell’associazione, la dottrina marxista: ossia – come egli la definisce – la dottrina del comunismo autoritario, in netta antitesi col suo collettivismo libertario. Insieme a Mazzini, trova alleati negli internazionalisti spagnuoli, belgi e parte dei francesi e svizzeri. L’Internazionale è nel 1870 all’apogeo della sua potenza; ora questa crepa minaccia molto seriamente il grandioso edificio.

Mazzini, da parte sua, è preoccupatissimo dei progressi che il materialismo e l’Internazionale stan facendo in Italia. Scrive a Campanella, l’11 marzo 1870: «Che cosa diavolo intenda Maz[zoni] per una rivoluzione socialista, io non so. Se hanno modo, la facciano. Io mi contento di farne una repubblicana… »

Frattanto, la novissima repubblica francese verso cui si volgevano le simpatie dei democratici di tutta Europa, traversò un primo periodo di convulsioni sociali e politiche tremende che culminarono nel sanguinoso esperimento della Comune di Parigi.

La Comune produsse in tutto il mondo civile una grande impressione. Reazionari, conservatori, moderati, democratici costituzionali e repubblicani, internazionalisti, tutti ritennero che le sorti del mondo intero dipendessero dall’esito della lotta fra la Comune e Versailles. Rosselli dice: «Fu davvero un grande abbaglio; poiché di socialista a Parigi non ci furono, si può dire, che parole e intenzioni; sí che quasi quasi si potrebbe rivendicare alla repubblica romana del ’49 maggiore sollecitudine per le sorti del proletariato e una maggior mole di provvedimenti di carattere sociale. Comunque la Comune reagì, in Italia, su tutti gli ambienti sociali, svegliando molte coscienze assopite e gettandole in una profonda crisi, costringendo tutti i partiti a prendere un deciso atteggiamento; fu la pietra di confronto sulla quale tutti dovettero saggiarsi: pro o contro. I giornali cattolici sfruttano a proprio vantaggio il terrore che ha preso le classi medie».

Mazzini si è subito apertamente schierato fra i nemici della Comune. I motivi discendono dalle tre grandi negazioni da lui ritenute il fondamento della dottrina e della azione internazionalista: la negazione di Dio, della patria, della proprietà privata. Nella recensione al libro di Jessie White Mario si sono viste le idee di Mazzini su questi tre temi e se ne può constatare l’importanza e la trascendenza.

Tuttavia, l’avversione alla Comune di Parigi sarà fatalmente impopolare rivelandosi, nel presente, un errore di valutazione rispetto alle conseguenze politiche. Bakunin sceglie la posizione di sostegno, e lo stesso fa Garibaldi, isolando il genovese.

Bakunin coglie l’occasione e attacca il primo articolo in cui Mazzini esce apertamenete contro l’Internazionale. Professando il più grande rispetto personale, definendolo «una delle piú nobili figure e pure individualità del nostro secolo» ne Risposta di un internazionalista a Mazzini, Bakunin colpì nel segno e fece scalpore. Organizzò a suo vantaggio in quello scritto le critiche di Gioberti, quelle astiose di Felice Orsini, quelle composte e serie di Luigi Stefanoni. Alla calda appassionata un po’ sacerdotale prosa di Mazzini, Bakunin contrapponeva una prosa agile, guizzante, ironica e pungente. La figura di Mazzini usciva contraffatta e grottesca nel duello di un vecchio contro una impetuosa corrente di giovani.

«Nel suo primo e migliore periodo di vita, – scrisse Mazzini nel 1871 – l’Internazionale fu associazione strettamente operaia, separata da ogni questione vitale politica e concentrata esclusivamente sulla questione economica».

L’alleanza con Bakunin avrebbe potuto essere il contraltare al materialismo di Marx. Ma la contrapposizione di Bakunin non aveva un pieno fondamento spirituale, quanto una latente componente massonica: così finì anche lui per farsi trasportare dalla corrente dell’epoca, dichiarandosi socialista e materialista.

Mazzini, del resto, aveva sempre diffidato dell’anarchismo di Bakunin, consapevole che le masse non avrebbero capito, che occorre un’educazione alle arti per giungere a comprendere il mistero dei Perfettibilisti: che bisogna giungere al punto di non aver bisogno di nessun capo, perché ognuno è responsabile. Bella dottrina, ma non per il popolo.

Mazzini Occulto

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Presentazione del libro Mazzini Occulto di Davide C. Crimi- Roma, 12 Aprile 2016 -Libreria Aseq.
Mazzini, il misconosciuto Mazzini. Per tutti personaggio familiare, che ci accompagna dai tempi della scuola. Pensoso, assorto, come nei dipinti e nelle sculture che lo ritraggono, Padre della Patria. Sì, certo: ma c’è la sensazione di qualcosa che sfugge, che non ci è stato detto per intero, qualcosa che è stato manomesso, tagliato, rimosso, un colpevole omissis che ne rende inaccessibile il senso, incomprensibile la figura. Diversamente dalle biografie ufficiali e dalle monografie accademiche, questo libro porta luce sulla dimensione più remota, più latente della personalità di John Brown – per usare uno dei suoi alias – e, per farlo, ricostruisce un sistema di informazioni altrimenti disperse, frammentate in una pluralità di fonti disparate (con un ulteriore elemento di stupore, dato dal fatto che il mosaico si ricompone soltanto attraverso l’esame delle relazioni personali e sentimentali). L’immagine che ne deriva conferma e ripropone l’azione di Mazzini nell’ambito delle organizzazioni occultistiche e iniziatiche del suo tempo, araldo di un messaggio di emancipazione e di liberazione spirituale modernissimo, al punto da esser ancora in anticipo sul nostro presente. Questa prospettiva di ricerca riconfigura un tema vitale e complesso che permette di rileggere l’esperienza umana, politica e iniziatica di Giuseppe Mazzini come veicolo di comprensione per fare luce sul ruolo storico, troppo spesso sottovalutato e assai raramente esplorato, di propulsione dei movimenti di emancipazione, che hanno avuto i riti di fronda e la massoneria irregolare.

L’immagine come degradazione

Phoné, porneia and everything in the middle.

All’interno di questo saggio* si offrono strumenti d’intellezione dell’inganno cui ogni giorno siamo esposti e chi vorrà potrà accorgersi degli elementi psicoattivi che la pubblicità introduce nella nostra mente per determinare i nostri comportamenti.  Questo punto di osservazione non è che la base di partenza per giungere a considerazioni più ampie, non a tutti accessibili, che implicano un’analisi della diade phoné / porneia, e giungono a identificare – oggettivamente, senza alcuna valutazione ideologica o teologica – l’arte occidentale come pornografia e l’intera rappresentazione sacra come bestemmia, specialmente nelle forme deteriori del barocco e delle altre forme di oscurantismo dissimulate da teorie estetizzanti.

*Anteprima della forma completa che sarà presentata sotto il titolo “Western Art as Blasphemy. Phoné, porneia and everything in the middle” per la sessione 2016 dell’European Beat Studies Network (Manchester).

I concetti sopra anticipati non possono essere compresi da tutti, in primo luogo perché la maggior parte di chi legge tenderà a rifiutarli; in secondo luogo, per l’oggettiva complessità delle idee.  Chi avrà l’acume di leggere fino in fondo, tuttavia, troverà tutto semplice e chiaro alla fine. La scelta con la quale l’argomento si affronta, è il disvelamento di un inganno. Per questo motivo, non si può e non si deve partire dal semplice, perché chi ascolta è ancora sedotto dagli standard, non vuole uscire da quella seduzione: e un linguaggio semplice non farebbe che alimentare facilità nel respingere contenuti scomodi.

Se il contenuto è scomodo, allora sarà necessario introdurre elementi scomodi:  siamo ancora prigionieri della seduzione; il che significa che non ci avvediamo di essere prigionieri, perché siamo sedotti e quindi non ce ne accorgiamo.  Il contenuto scomodo, attraverso il quale ci accorgeremo che il nostro pensiero è racchiuso in un supermercato, è costituito preliminarmente dalla diade annunciata: phoné / porneia.

Phoné è l’atto sacerdotale per eccellenza, attraverso il quale l’arte può rivelare la sua dimensione ultraterrena, di accesso alla sfera spirituale. L’attore è trasceso nella sua individualità, non dà luogo a nessuna rappresentazione e, al contrario, compie un rito e un incantesimo. Questo genere d’arte è esattamente quella che l’occidente ha negato, ha tentato di espellere dalla vita borghese, relegandola nella sfera del magico e dell’occulto. Perché è stata negata? La risposta non è difficile: semplicemente per impedire la libertà e l’emancipazione del singolo, estraniandolo, eradicandolo dalla possibilità di avere accesso diretto all’esperienza spirituale, l’unica vera condizione che realizza la libertà all’interno dell’intima coscienza della persona.

La negazione dell’incantesimo inteso come sistema di gesti e di parole tutti protesi ad influenzare il respiro, vero tramite tra l’io fenomenico e le più remote origini del cosmo, si trasforma in atto di rappresentazione, replica della realtà, del vizio borghese, delle piccole malignità umane, delle quali si avverte il pathos e quindi si compatisce; si ride se si può, sempre in attesa del reificarsi dell’immagine del desiderio che, in ultimo, si manifesta in assolutà vacuità della parola e del gesto e puro dominio del corpo, assumendo all’estremo il carattere totalizzante di chi osserva la nudità capziosamente esibita, in sé ammiccante o esplicita nell’amplesso: qui è il dominio assoluto dell’immagine sulla parola, il soccombere della phoné sotto l’incombere della porneia.

Questo sguardo sui processi di creazione artistica comincia a far entrare luce nella camera oscura dove il sedotto, pian piano, comincia a scoprire d’essere recluso, mediante l’artificio di un inganno. Invece di essere artefici del nostro destino, ci si scopre spettatori di un sistema di comunicazioni che ci inducono a replicare la condizione di spettatori, ritenendo desiderabile quel che ci avvelena e che deprime la nostra possibilità di liberarci.

Anche la produzione artistica è assuefatta a questa logica. Nota Raimondo Raimondi, sensibile critico contemporaneo: “L’arte è punto d’incontro tra l’interiorità che scorre nell’uomo (io soggettivo) e l’esteriorità che scorre nella sua vita quotidiana (io oggettivo), punto di incontro e di deflagrazione da cui scaturisce il prodotto artistico, il manufatto in cui si concretizza l’idea. L’artista non sempre riesce ad esprimere in maniera sufficientemente efficace la sua intuizione mentale e questa mancata corrispondenza tra l’intuzione creativa e l’opera realizzata costituisce una linea di frattura (…)”. Questa linea di frattura non è esclusiva di un determinato artista, ma è interamente la deriva dell’intera arte occidentale, in cui la rappresentazione antropomorfa dell’idea di Dio è la pietra tombale sotto la quale è sepolta qualsiasi ipotesi di rivalsa della phoné rispetto alla porneia.

Moloch è altra immagine per il “vitello d’oro” che il popolo d’ Israele si costruisce mentre Mosé è asceso alla vetta del Sinai, è espressione del soccombere della phoné alla porneia e, insieme, attualissima e devastante immagine del prevalere del desiderio di potere materiale (la porneia del danaro) rispetto alla sacralità del ruolo sacerdotale dell’Israele promesso, Luce per le Nazioni (la phoné della Torah universale). Nel XXI secolo, l’immagine del sacrificio a Moloch diviene sopruso sistematico sulla natura per estrarne ricchezza che uccide, in tutto simile al Baphomet templare e, ancor più che alla versione di Klossowski, già prossima all’estetica di Burroughs, all’icona medievale nell’ipotesi di Eliphas Levi.

Restando in argomento teologico, l’idea di rappresentare Dio in forma d’uomo, andrà ricordato, è contraria al primo dei Dieci Comandamenti di Mosé che, rettamente tradotto, si condensa nella forma “non adorerai  idoli”.  La rappresentazione antropomorfa, vietata tanto dall’Ebraismo quanto dall’Islam, è alla base dello scisma tra chiesa d’oriente e d’occidente, con l’iconoclastia non riducibile a epifenomeno. Queste evidenze sono ben nascoste nei luoghi dell’egemonia culturale cattolica che, se dovessero volgere lo sguardo a oriente, vedranno ovunque forme politeistiche laddove ogni invocazione e ogni preghiera di quei testi sacri non fa che ricordare che tutto il cosmo intero non è che manifestazione simbolica e illusoria di qualcosa che non esiste e che ha consistenza d’essere soltanto nel respiro di Brahma, che è il respiro profondo che viene dalle remote origini dell’universo, che proviene dall’oltremondo al di là del triplice velo dell’esistenza negativa, oltre l’Albero dei Mondi della Qabbalah, Ain ‡ Ain Soph ‡  Ain Soph Aour.

Inutile, oltre che inopportuno, tentare di spiegare i simboli della phoné che, appunto, devono dissolversi in phoné e non condensarsi in immagini. Ciò che si trattiene in immagine, che non accetta di restare puro spirito e pretende di cristallizzarsi in un’esistenza corporea, trova nella bramosia del desiderio il suo più alto fattore di attrazione. Evidente così che le immagini che hanno direttamente caratteristiche adatte a sollecitare sessualmente siano le più potenti per irretire lo spettatore: ecco tutto il potere della porneia, che è un potere di oblio della phoné pura, e che trasforma la phoné medesima in immagine. La trascrizione della porneia non è poi che la replica seriale di questa materialità. Andy Warhol, comprendendo questo tratto della modernità, ne ha fatto industria (Factory).

Moloch XXI Cover 2

La sospensione liminale tra phoné e porneia può essere sperimentata attraverso la composizione di un rituale senza l’ausilio di parola alcuna: si otterrà un paradosso, in cui la phoné è sostiuita per l’assenza e la narrazione si compone esclusivamente di gesti sacerdotali, senza alcuna narrazione di rappresentazione.  Questo esperimento empirico è stato oggetto del cortometraggio “Mystes“, proiettato in anteprima all’annual general meeting dell’European Beat Studies Network del 2015, presso l’Université Libre de Brussels.  La risposta è stata del tutto conseguente: alla fine della proiezione – pur avvenuta per ub pubblico di persone “di mestiere”, avvezze al linguaggio delle avanguardie – abbiamo registrato il classico scarto tra fine del narrato e applauso, a denotare il fatto che tra i due momenti si è interposto uno stato di smarrimento, tipico di tutto ciò che ha a che vedere con l’impatto al di sotto della superficie della coscienza, che richiede il riassetto degli assunti di base prima di elaborare una risposta. Paradossalamente, una rappresentazione ideologizzante (in questo caso espressa attraverso il tema ambientalista), come nella versione Moloch XXI“, rende il tema più comprensibile ed accettabile, anche se selettivo e orientato a un pubblico di livello.

Non così invece per il linguaggio semplificato, dimentico della phoné e fondato esclusivamente sulla presa delle immagini sulla materialità, meglio ancora se dotato a un orientamento per determinare eccitazione o, in forma mediata e ancor più utile ai fini del contenuto pubblicitario, a determinare un trasferimento esibizionista sul modello “posseggo questo quindi divengo più attraente”. La degradazione dello spirito nella materialità si compie attraverso questi artifici. Prima di giungere a questa facile rappresentazione merceologica, si dovranno accennare almeno queste due considerazioni: la prima, sulla phoné, tratta da un attore che ha rifiutato il teatro di rappresentazione per tentare il teatro di poesia. Carmelo Bene dice: “L’attore è detto invece di dire. Lo spettatore, non soltanto cessa di essere voyeur, ma anche lui è sentito.” Può essere parziale (Bene sa, come dice altrove, che il vero passaggio è la distruzione del teatro, cioé la separazione tra spettatore e attore, la sostituzione con il rito, cioè la trasformazione di spettatori e attori in sacerdoti officianti). Non si può ottenere per tutti. La parzialità è già nell’ontologia estetica del frammento.

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Preso atto del trionfo del demone che sa come servirsi dell’esorcismo (ma senza poter uscire dal cerchio entro il quale è ringhiuso) si potrebbe affermare, cercando la conclusione, che una certa vertigine del barocco – inteso come deriva di perversione erotica protesa alla vampirizzazione della gioventù – sia presente in tutta la produzione estetica dell’arte privilegiata, soprattutto nella produzione iconografica (imbarazzante sensualità pedofila dei putti dei manieristi del Tiziano, o disinibita sfacciataggine dei “ramarri” di Caravaggio o, più modernamente, la disordinata destrutturazione per la dissimulazione del desiderio operata da Klossowski o, ancora, l’indifferenza di Warhol) svolta all’ombra di grandi committenti provenienti dal clero o da un ambiente affine, come quello dell’aristocrazia post-repubblicana, che in questa perversione può sfogare tutto il senso decadente e deteriore della sua inadeguatezza, trovando in questa l’incancellabile segno di una grandezza comunque ottenuta.

L’ultimo passaggio, gentile Lettore che sei giunto fino al fondo di questa disperazione occidentale, sta nel restare in guardia: attento a ciò che vedi, perché le immagini entrano nella nostra coscienza; dunque, vedere delle cose volgari significa introdurre volgarità dentro di noi, che si immagazzina e prima o poi agirà nelle determinanti motivazionali del nostro comportamento. In breve: immagini volgari instillano comportamenti volgari. Ecco perché occorre imporre a sé stessi una kasherut delle immagini: come la kasherut è regola alimentare che pretende in chi la osserva che certi alimenti non siano ingeriti, allo stesso modo, una kasherut delle immagini implica che chi la osserva non debba esporsi a vedere immagini impure.

Combattere il vitello d’oro, il Moloch del XXI secolo, significherà dunque avviare una resistenza alla manipolazione mediante la comprensione dei codici interni della produzione delle immagini.  Questa battaglia non potrà esser condotta che da coloro i quali conoscano il significato dei simboli (in questo senso dovranno essere dei Mystes, cioè degli iniziati) e, appreso il modo in cui usarli, dovranno esserne liberi, cioè esclusivamente orientati a recuperare il rapporto sacerdotale con il tempo e con lo spazio (vero ed unico soggetto del nostro documento), rigettando la brama per l’oro dei farisei del capitalismo e recuperando la funzione sacerdotale spirituale e universale dei Cohen.

Un’ultima precisazione: non si confondano queste considerazioni con l’integralismo fanatico, che non appartiene in alcun modo a chi non può appartenere ed accoglie, per scelta mistica, la propria dimensione transeunte: si tratta esclusivamente di un patto con sé stessi, di chi ha consacrato la propria esistenza a un’idea trascendente, foss’anche quella categoria estetica spirituale che chiamiamo Arte.

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Thomas Paine e Giuseppe Mazzini

societasmazzinilogo4 Thomas Paine per l’indipendenza americana come Giuseppe Mazzini per l’indipendenza italiana: un’equazione che riassume la tesi del noto storico Denis Mack Smith nel suo libro “Mazzini” (Yale University Press, 1994).  Entrambi sostenitori di un’idea di emancipazione dei popoli sorretta da una luce spirituale, entrambi sostenitori di una ragione come via universale per l’accesso alla pienezza della vita. Giuseppe Mazzini (1805-1872) non conobbe direttamente Thomas Paine (1737-1809): come dimostrano le date, era ancora bambino quando Paine morì.  Le sue idee furono però ispirazione costante per Mazzini, che del resto fu in prolungato contatto epistolare con il biografo di Paine, Daniel Moncure Conway (1832-1907), che  ne fu anche il curatore postumo degli scritti. Thomas Paine fu pensatore originalissimo, al punto da introdurre un’idea inaudita, senza precedenti: che si possa avere una vita spirituale senza aderire ad alcuna religione.  Di questa idea Mazzini fu il perfetto araldo anzi, come egli stesso si definì, l’Apostolo Popolare, profondamente persuaso che la ragione si dovrà affermare attraverso l’educazione e l’istruzione, da destinare a tutti gli uomini e le donne secondo la capacità di ciascuno di ricevere, per gradi, una illuminazione progressiva. Volendo cercare un parallelismo per queste idee modernissime (e invero non ancora pienamente realizzate), si dovrà evocare il modello esoterico della scuola di Pitagora, che Paine richiama esplicitamente nella sua famosa opera The Age of Reason (specialmente nel capitolo The Origin of Free-Masonry).  Oppure, si dovrà attendere la poesia visionaria di William Blake (1757-1827) che, in fondo, si alimenta dello stesso fuoco (ma questo è un argomento che sarà trattato altrove). Per evitare scorciatoie logiche, si dovrà notare, come afferma la Grand Lodge of Columbia and Yukon, che non ci sono prove che Thomas Paine abbia fatto parte della Massoneria, come del resto l’appartenenza di Mazzini, secondo il Grande Oriente d’Italia, non è mai stata provata, almeno non in senso organico e attraverso una iniziazione rituale “regolare” (è certa invece la sua appartenenza a ruoli direzionali della Carboneria). Queste considerazioni, qui conchiuse in un accenno (si troveranno sviluppate in altra sede e con ragioni superiori), non valgono certo a escludere l’eccellenza iniziatica delle personalità in argomento, mettendo in risalto, per coloro che intendono, che la Massoneria è una via purtroppo non unitaria e, per fortuna e per grazia, non unica. Tornando alla tesi di Mack Smith, Mazzini e Paine sono eroi dimenticati, ingiustamente oscurati.  Troppo avanzata la loro idea di una spiritualità senza religione per la loro epoca: e continua ad esserlo ancora per la nostra. Personalità misconosciute e mal interpretate, di cui la storiografia ufficiale continua a dare ritratti parziali: imbarazzante per il sistema del potere prendere in considerazione le loro tesi, aprirle alla comprensione attiva degli studenti, alla conoscenza generale di tutti.  Sono idee pericolose, minacciano il potere costituito nella sua intima essenza. Lo sradicamento dell’ignoranza e l’apertura della mente ad una consapevolezza moderna, da conquistare mediante avanzamenti progressivi, posti sotto l’astro luminoso della ragione trascendente: troppo per le oligarchie oscurantiste che detengono il potere sotto il duplice manto dell’ignoranza e della superficialità. Ecco perché il nostro lavoro deve partire dal sottrarre la memoria all’oblio, dal restituire luce alla luce.  Non possiamo dare ulteriore spazio a chi parla con lingua di tenebra.  Non possiamo continuare ad aver paura.  Restando nella paura, soccomberemmo ancor prima.  Dobbiamo affermare la rivolta della Ragione. Ecco perché Thomas Paine e Giuseppe Mazzini sono fari nella notte oceanica di questo viaggio, astri numinosi che indicano la Via. Con fiducia, con speranza, soprattutto con il tenace ottimismo della volontà, tendiamo il nostro sguardo all’aurora ammantata d’oro e accesa di verde e di porpora che sorge al nuovo Oriente.