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Il profeta della nuova Italia

 

Recensione al libro di Richard Wichterich Giuseppe Mazzini: Der Prophet der Neuen Italien. 

  1. Precisazioni

La prima cosa da dire su questo libro, è che è stato pubblicato a Berlino nel 1937, con l’intento di far conoscere Mazzini al pubblico tedesco. Date queste coordinate nel tempo e nello spazio, è facile immaginare che il libro possa contenere un’apologia volta a considerare Mazzini teorico di Pensiero e Azione e, per questa via, risalire all’interpretazione datane da Giovanni Gentile di un precursore del fascismo. In effetti, il richiamo a Gentile c’è; non solo: c’è la citazione del libro di Hermann Raschhofer Der Politische Volksbegriff im modernen Italien che, pubblicato un anno prima di quello del Wichterich, sosteneva esplicitamente che «il fascismo sarebbe la rivoluzione nazionale voluta da Mazzini e dai vecchi prima del 1848» (sic). Tuttavia, Wichterich non cede ad una lettura semplificata e prende le distanze dal Raschhofer riuscendo con oggettiva chiarezza, sia pure nel garbo della forma, a definire la completa discontinuità tra Mazzini e il fascismo, dichiarando che la componente imperialistica del fascismo è totalmente estranea al pensiero e all’azione del filosofo genovese.

Tratteggiato il quadro storico dal quale emerge, il libro di Wichterich resta comunque prezioso per la chiara definizione che vi si trova del contesto politico degli Stati nazionali dell’epoca, delle personalità che li guidavano, per la sua capcità di riuscire spesso a penetrare con ottima sintesi argomenti complessi che importano elementi psicologici e politici. In larga misura, W. dipende dalla fonte del biografo inglese di Mazzini, Bolton King, di cui il volume opera una intelligente sintesi, innervando elementi ulteriori, tra cui il lavoro del Curatolo sul dissidio tra Mazzini e Garibaldi. La componente nazionalista tedesca si rivela ancora quando si tratta di descrivere il profilo politico della Francia in rapporto alle vicende dell’unificazione italiana, costantemente viziata da un tentativo di egemonia, sin da Napoleone che, per quanto còrso e quindi di cultura italiana, nell’uso del potere non si lasciò prendere da nessun sentimentalismo. Per obiettività, a Napoleone resta comunque attribuibile l’influenza nell’introdurre le libertà borghesi.

  2. Il demone letterario

Il Congresso di Vienna affondò ogni aspirazione italiana, reinsediando gli Asburgo a nord e i Borbone a sud. I cospiratori settentrionali furono presto sgominati dal Metternich, che rinchiuse nelle prigioni della Moravia Federico Confalonieri, il Gran Maestro della Carboneria a Milano, e Silvio Pellico, che di quell’esperienza tracciò un resoconto politico e letterario. Shelly, Byron. Foscolo, Alfieri. I libri furono alla base della costruzione del giovane Mazzini. Libri vietati, che i membri dell’ Associazione Letteraria facevano circolare tra loro. Il luogo di incontro era la libreria di Antonio Doria; sappiamo da altra fonte (si veda la recensione al libro di Jessie White Mario) che quella libreria era anche vendita carbonara e – ahimè – sappiamo anche che proprio da lì venne la delazione che avrebbe condotto Mazzini all’arresto del 1830 e alla prigionia nel carcere nella fortezza di Savona.

  3. Ambivalenze savoiarde del “Re Tentenna”

I moti del ’31 sono occasione per rimarcare l’ambivalenza della Francia dove adesso al potere è Luigi Filippo, il “re borghese”, che non darà, contrariamente a quel che avrebbe dovuto essere il suo naturale ruolo storico e ideologico, nessun aiuto alle ambizioni repubblicane dei moti italiani, giungendo a venire a patti con l’assolutismo degli austriaci e dello stato pontificio. Mazzini, rilasciato in quell’anno, dai moti ricavò la convinzione che l’unità italiana andava perseguita senza aiuto esterno. Rilasciato, si apprestava all’esilio: Ginevra; poi Marsiglia, dove incontra Giuditta, dove incomincia la pubblicazione de La Giovane Italia. Dove incontra Garibaldi. Frattanto, nel Regno di Piemonte al retrivo Carlo Felice subentra Carlo Alberto, che nel ’21 aveva partecipato alle insurrezioni: ma ancora la speranza è delusa: il savoiardo salito al trono, s’incurvava adesso alla potenza degli Asburgo. Mazzini gli scrive dal suo giornale una lettera aperta, schietta e coraggiosa, ma che avrà per esito l’espulsione dalla Francia.

La repressione dei cospiratori fu intensificata da Carlo Alberto. Nel 1833 fu messo in prigione l’amico fraterno, Jacopo Ruffini, che si tolse la vita in carcere. Mazzini fu condannato a morte in contumacia. Da Marsiglia, nuovi progetti di rivoluzione venivano costruiti, tentando l’infiltrazione della propaganda della Giovane Italia nell’esercito piemontese. Ma ancora una volta le cose non andarono come si sperava, a causa dei torbidi intrighi e della corruzione dentro l’esercito stesso. Garibaldi ne uscì condannato a morte in contumacia. La vita da esule accomunava ora queste due grandi anime.

  4. Londra

Nel 1837 Mazzini, riluttante, è costretto a trasferirsi a Londra. È l’inizio della grande fase più esoterica, descritta nel nostro Mazzini Occulto e di cui qui, more solito, non v’è traccia. Fase che farà di lui un uomo di grandi vedute, non più condizionato dalla visione angusta dell’agone interno. L’esilio inglese durerà fino alla rivoluzione del 1848. Tra le righe, si trova delineato il vero fattore determinante della stasi italiana che costruisce e consapevolmente mantiene una società antiquata e retriva, indulgente alle vessazioni di austriaci a nord e borboni a sud con lo scopo precipuo di mantenere immutato il sistema feudale dello stato pontificio. Per il vero, al papa Gregorio nel 1846 era succeduto il conte Mastai Ferretti con il nome di Pio IX, che aveva nomea di progressista. Mazzini gli invierà una lettera aperta, per sottolineargli il dovere di aiutare l’attuazione dell’unità d’Italia. Ovviamente senza risultato. Il cambiamento dell’onda sarebbe avvenuto per un fattore esterno: l’insurrezione di polacchi, czechi e ungheresi che fece vacillare il trono degli Asburgo. Carlo Alberto raccoglie l’opportunità. E Carlo Alberto farà anche revocare la condanna a morte comminata a Garibaldi.

Mazzini però guarda altrove, non più alla monarchia ma alla repubblica. Ed ha ragione, perché non passa qualche mese e Garibaldi viene fatto arrestare dal regnante savoiardo. Nel frattempo, anche l’orientamento progressista di Pio IX perde consistenza, se mai l’aveva avuta, passando a nuova alleanza con l’Austria degli Asburgo. Sarà questa una mossa falsa, che lo costringerà a fuggire da Roma, nel timore di essere ucciso, proprio nella notte di Natale dell’anno 1848. Le concomitanze conducono alla proclamazione della Repubblica Romana del 1849.

  5. La Repubblica Romana

Mazzini viene chiamato a furor di popolo come trimuviro, insieme a Carlo Armellini e Aurelio Saffi. Da lì a poco Carlo Alberto, il “Re Tentenna”, abdica in favore del figlio Vittorio Emanuele II. Mazzini chiarisce i rapporti con lo Stato Pontificio, dando garanzia per l’esercizio del ruolo spirituale: ma questa offerta, contenuta nel mirabile Statuto, non può essere accettata dai nobili secolari del regno papalino, che perdevano i loro domini territoriali. E a conficcare il coltello alla schiena della giovane Repubblica sarà proprio la Francia repubblicana, ora guidata da Luigi Napoleone, in accordo con lo stato pontificio. Garibaldi tuttavia vince l’aggressione francese ed è pronto a dare alle loro milizie il colpo di grazia. Qui è Mazzini che lo ferma, forse per tentare un’azione diplomatica con i francesi. Sarà un errore: mentre Napoleone manda un suo diplomatico (Lesseps) a Roma, frattanto dà ordine al suo generale Oudinot di tornare ad attaccare. L’idealismo di Mazzini non aveva potuto esprimere che un momentaneo trionfo. Di nuovo l’esilio. Ma non domo. Nel 1850 a Londra fonda il Comitato Centrale Democratico Europeo al quale aderiscono i rivoluzionari di Russia, Ungheria, Francia e Germania. Nel 1852 tenta una nuova insurrezione a Milano , ma finisce con un insuccesso che gli frutta una nuova condanna a morte.

  6.  Cavour e la politica degli intrighi

Cavour, primo ministro di Vittorio Emanuele II, è ora il promotore di una politica diplomatica con gli altri stati, cercando appoggi esterni per l’unità d’Italia, o forse soltanto per i suoi scopi contingenti. In questo modo trascina il Piemonte nella sanguinosa guerra di Crimea, alleandosi con Inghilterra e Francia contro la Russia. Proprio per questa scelta, Mazzini accusa Cavour di essere un doppiogiochista, contrario agli interessi degli italiani, giungendo persino ad invitare alla diserzione. Ne deriverà la inconciliabilità tra i due. E tuttavia il primo ministro resta un diplomatico, molto più sensibile alla convenienza del momento. Accortosi della politica dominante della Francia, che tentava di mettere Gioacchino Murat sul trono di Napoli, comincia la sua concomitanza di interessi con Mazzini e Garibaldi per scatenare rivoluzioni nel sud, a Napoli, e lo sbarco in Sicilia del 1859; per quanto le ambivalenze del politico siano molteplici e perfide, tra cui il suo gioco per dividere i due rivoluzionari. Quest’ultimo dovrà prendere atto che Cavour ha regalato Nizza, la sua città natale, ai Francesi. E tuttavia, la rivoluzione nell’Italia centrale giungerà a determinare l’annessione al Regno Subalpino, poi detto “d’Italia” a partire dal suffragio del 17 febbraio 1861.

 7. L’Internazionale Socialista

Importante la testimonianza riportata nel libro qui recensito da Ricciotti Garibaldi, che lucidamente riconosce il ruolo portante che Mazzini ebbe nel fondare l’unità d’Italia, ma anche la sua indisponibilità a comprendere il tramonto della sua epoca e i nuovi lumi che affioravano dall’Internazionale Socialista. Garibaldi vi aderì; il maestro invece non seppe accettare il vento che spirava altrove. Il libro di Nello Rosselli, recensito in altra pagina di Societas Mazzini, offre un quadro articolato di questa fase.