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Destra e Sinistra in politica, con note su Kafka

Sommario delle domande cui questo articolo può fornire risposta.

  1. Di quali ceti sociali Destra e Sinistra rappresentano gli interessi?
  2. Cosa significa “extraparlamentare” in rapporto alla Destra?
  3. Cosa significa “extraparlamentare” in rapporto alla Sinistra?
  4. È vero che “gli estremi si toccano”?
  5. Qual è stato l’esito dell’esperimento delle “convergenze parallele”?
  6. Esistono ancora “partiti dei lavoratori”?
  7. Ha ancora senso la divisione “destra-sinistra”?

1.

La Destra politica è data dalle compagini che rappresentano gli interessi dell’aristocrazia e dell’alta borghesia. In altre parole, i ceti sociali di cui la Destra rappresenta gli interessi sono le élites che detengono il potere. Accanto alle classi di diretta ascendenza aristocratica ed ai vertici del tessuto produttivo e industriale bisogna annoverare il clero che, per funzione ed anche per convenienza, ha sempre avuto una funzione di mediazione nei rapporti di potere. I ceti popolari non fanno parte del sistema di interessi rappresentato dalla Destra. Come mai dunque tanta gente del popolo ritiene di essere “di destra”? È molto semplice. Si tratta di fedeltà alla linea di comando. Si tratta di subordinazione al datore di lavoro. In altri casi, si tratta semplicemente di ossequio del potere, della speranza che il potente di turno possa cambiare il diritto in privilegio e sperare che questo possa condurre il subordinato ad un vantaggio individuale, ottenendo un posto che non gli sarebbe dovuto spettare.

Per introdurre la Sinistra, è opportuno dire che la distinzione politica risale alla Rivoluzione Francese del 1789 quando, in parlamento, a sinistra prendevano posto gli esponenti della corrente rivoluzionaria e a destra invece si sedevano i componenti dei partiti filo monarchici. La Sinistra rappresentava gli interessi dell’emergente Terzo Stato, la borghesia, che in precedenza non aveva rappresentanza in parlamento. La Sinistra politica dunque assunse da principio la rappresentanza dei gruppi subalterni. In seguito alla restaurazione napoleonica e post-napoleonica tuttavia la borghesia del cosiddetto Terzo Stato fu assorbita dai ceti dominanti, assumendo sempre più posizioni conservatrici, cioè di Destra, tese a bloccare l’accesso di nuove classi sociali tra le quali il cosiddetto “Quarto Stato”, cioè il proletariato agricolo e industriale, la classe dei lavoratori salariati che la Rivoluzione Russa del 1917 prometteva di esportare in tutta Europa attraverso l’Internazionale dei Lavoratori. Quindi, stando alla sua genesi storica, la Sinistra politica rappresenta gli interessi delle classi subalterne e, cronologicamente, l’accesso della borghesia nel XVIII secolo e l’accesso del proletariato nel XX.

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Extraparlamentare è chi non ha rappresentanza in parlamento, cioè nel luogo in cui convengono i rappresentanti eletti in esito a consultazioni democratiche. Questo può accadere perché un gruppo politico non giunge alla soglia minima di consensi (voti) per accedere ad almeno un seggio parlamentare o per scelta radicale di nemmeno presentare una lista alle elezioni. Il termine in ogni caso designa qualcuno che fa riferimento ad un gruppo politico che non è rappresentato in parlamento. Si dovrà notare che il termine è stato molto abusato e strumentalizzato. Questi abusi e strumentalizzazioni hanno avuto talora un carattere estremamente violento, giungendo a coartare la verità dei fatti, attribuendo responsabilità terroristiche a soggetti appartenenti a correnti opposte. Gruppi extraparlamentari sono stati sia a sinistra che a destra dell’arco parlamentare. Quelli a sinistra hanno avuto in genere finalità eversive, volte a favorire la protesta contro il potere costituito con lo scopo di garantire maggiori diritti ai lavoratori e alle classi subalterne. I gruppi extraparlamentari di destra hanno avuto finalità reazionarie, consistendo di strutture volte alla repressione e al sabotaggio delle manifestazioni di protesta dei lavoratori.

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Si potrebbero fare degli esempi, storicizzando: a destra si otterrebbe l’immediata visualizzazione del fascismo e del nazismo prima del loro avvento al potere, come gruppi volti a impedire anche con la forza le protesta dei lavoratori; a sinistra si troverebbero le brigate rosse e i nuclei armati proletari. Prima di risolvere notando l’asimmetria di forze (molto di più a destra e molto di meno a sinistra), si dovrà notare un aspetto più rilevante: e cioè che queste frange di politica extraparlamentare, al di là di qualche personaggio davvero convinto ideologicamente, si nutrono di persone ambigue al confine della legalità, spesso in confidenza con armi e malviventi e significativamente sensibili al soldo. Nella nostra storia recente c’è un affaire, come venne definito l’intrigo che portò alla morte di un importante esponente politico, latore della lungimirante proposta politica detta delle convergenze parallele, volta ad accorciare i divari tra le componenti politiche. Il risultato si risolve esattamente in un laboratorio al servizio delle forze reazionarie che hanno dissolto quella possibilità proprio attraverso una perfetta combinazione tra frange allo sbando, nominalmente di sinistra, con più che il sospetto di infiltrazioni della destra extraparlamentare e, di fatto, in una situazione di completa illegalità e di condizionamento della vita democratica delle istituzioni.

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Quel ch’è accaduto dopo il 1978 è stata la progressiva erosione della capacità di rappresentanza dei lavoratori. Questa tendenza non è stata prerogativa esclusiva dell’Italia ma dell’intera Europa, e in modo eclatante dopo il 1989. Con la caduta del muro di Berlino, il modello capitalistico ha celebrato il suo trionfo; portando con sé però segni di decadenza e di distacco da ciò che obiettivamente, ne faceva un sistema migliore: la mitigazione degli aspetti predatori di supremazia del ricco contro il povero che erano stati introdotti con il modello definito “economia sociale di mercato”. Dopo il 1989, la svolta economica e politica ha impresso al capitalismo un’accelerazione verso lo smantellamento dei diritti sociali e dei meccanismi di bilanciamento attribuiti allo stato. Il ritorno al capitalismo selvaggio e predatorio dello strapotere del ricco contro il povero è tornato all’attualità. Gli stessi partiti politici che storicamente erano rappresentanze dei lavoratori sono stati comprati dal capitale, che ne ha conservato il marchio o addirittura lo ha cambiato, rendendo in ogni caso lo scenario politico “ambidestro”, nel senso che sia a destra che a sinistra i partiti politici sono espressione della rappresentanza delle classi che hanno il potere economico e, se mai, si distinguono per gruppi e per famiglie, ma non per ceto. I ceti subalterni vivono dunque un vuoto di rappresentanza, che non è colmabile nemmeno attraverso il versante extraparlamentare, ormai stabilmente occupato dalle frange esterne che la destra gestisce con questo scopo.

7.

La distinzione destra-sinistra è puramente illusoria, specchio per allodole. Se ha avuto un significato nel passato, oggi non ne ha alcuno che non sia la divisione in correnti dei gruppi di vertice del potere economico. L’unico e indiscusso vincitore è il sistema capitalistico, che ormai non tollera di essere mitigato. Lo smantellamento dei diritti sociali, dei diritti dei lavoratori, dello stesso sistema del lavoro è ormai totale. L’arrivo di disperati che fuggono da paesi dove il capitalismo mostra il suo volto più vero e più terribile (l’imperialismo predatorio, che semina guerra dove si possono estrarre risorse energetiche, vero arcano del potere) determina una selezione verso il peggio, dove le condizioni disperate di questa gente senza patria, senza speranza, senza diritti e senza futuro diventano strumento del potere per costringere le classi subalterne in Europa ad accettare contratti di lavoro sempre più iniqui, ad accogliere riduzioni di salario e di diritti, colpendo con i manganelli del fascismo nazionalsocialista chi osi esprimere un’idea contraria, un’opposizione a tutela dei diritti della persona.

Conclusione A: cui prodest?

Tutto questo in nome e per conto di un numero di esseri umani sempre più ridotto e più ristretto, che ambisce a vivere centocinquanta o anche duecento anni, che invoglia a superare il tabù della compravendita degli organi corporei e che intende nutrirsi di corpi umani con le nuove frontiere dell’eugenetica.

Conclusione B: ut faciam?

La conclusione è amara, perché non ci sono nemmeno le parole per costruire una possibile antitesi. Per quanto le tecnologie internet ci mettano in condizione di comunicare istantaneamente tutti con tutti, siamo completamente atomizzati e divisi. Ognuno parla in nome del feticcio della post-modernità, che è il successo personale. Nessuna idea è credibile o al riparo da quest’ombra funesta. Non s’intravede altra soluzione che quella praticata dai più antichi Manifesti, tra cui non annovereremo quello comunista: e non per vezzo ma perché la tesi di Marx è stata un grande male per le classi subalterne che, persa la speranza di una vita spirituale (come volevano gli spiriti grandi dell’Età della Ragione), annaspa oggi in questo materialismo senza senso.

Conclusione C: quod spes?

Abdicando all’irrazionale dello Spirito, non c’è speranza alcuna che l’ideale delle umane sorti e progressive possa realizzarsi. Il nostro modesto compito può esser soltanto quello di annunciare, manifestandola, un’altra realtà, che terremo in segreta e scrupolosa custodia.

 

 

Parole nel vento. Dei rapporti tra Mazzini e Garibaldi.

 di Davide C. Crimi*

mazzini-garibaldiDei rapporti tra Mazzini e Garibaldi non so dire. Le lettere di Garibaldi, scritte di suo pugno, quelle per i discorsi pronunciati in giro per le città d’Italia dopo l’unificazione, quelle sì, le ho viste. M’è venuto il magone, sai, quel nodo alla gola che ti prende quando avverti il peso insostenibile della differenza tra quel che avrebbe potuto essere e quel ch’è stato. Non so come dire, davvero. Mi viene in mente ciò che accadde tra Federico II e Pier delle Vigne, altra era, altri luoghi, altre persone, ma la stessa intensità dei fatti, con ancor più atroce senso e realtà della tragedia, altra pagina che avrebbe potuto fare della Sicilia e del Sud dell’Italia il vero centro d’Europa e del Mediterraneo, e che invece è annegata nel sangue. Giureconsulto, Pier delle Vigne, sapete, aveva preparato per l’Imperatore Federico una riforma delle terre che, dopo la reconquista agli arabi, erano finite nella proprietà di un manipolo di aristocratici così poco numeroso da contarsi sulle dita di una mano. Tutti fedelissimi alla Chiesa, s’intende. E quando Pier redasse quel libro, il Codex Augustalis per la riforma della proprietà terriera, allora cominciarono i complotti. Si fece intendere all’Imperatore che Pier delle Vigne tramasse contro di lui, per chissà quali fini innominabili. All’inizio era un nonnulla, ma via via che la possibilità per Federico di unificare la Corona di Sicilia con l’intero sud-Italia e persino poter aspirare alla corona di Germania, lo Stato Pontificio ne trasse un terror panico di rimaner schiacciato nella morsa di cotanto nuovo Impero. Così, l’indebolimento del regno di Federico divenne un affare internazionale, e Pier delle Vigne la vittima sacrificale. Dante, testimone non lontano dagli eventi, pone Pier all’inferno, sì; ma come suicida – e non come traditore, come dice il distico: Vi giuro che giammai non ruppi fede / Al mio signor, che fu d’ onor sì degno.

Allo stesso modo, lasciate ch’io dica: tutta la rabbia, il livore che Garibaldi mette nelle sue lettere e nei suoi discorsi pubblici mi fan pensare a un crescere, un montare di istigazioni contro quello che fu il suo maggior sodale. Li hanno messi contro. Né si deve pensare che si andasse poi così tanto per il sottile, se solo si ricorda che è a Cavour che s’attribuisce che la parola mafia significhi, per quanto appaia ridicolo, Mazzini Autorizza Furti Incendi Assassinii. Così, a Giuseppe Garibaldi si volle far apparire lo spettro diafano di un Mazzini preso dalla sua vanità, in contesa con la gloria ricevuta nelle Americhe dal soldato in giubba rossa. Ecco la falsa immagine di Mazzini che manipolatori interessati forgiarono: un cospiratore sempre pronto a sminuire il valore dei suoi collaboratori, solo per innalzare sé stesso a maggior gloria. Così, di fronte alla vanità delle cose, non resiste la qualità degli ideali, la volontà di riscatto e, ancora una volta, la disaggregazione del latifondo e il sistema di riforme annunciato per il Sud (si comprenderà meglio adesso il parallelismo con Federico II e Pier delle Vigne, senza dimenticare che la storia del latifondo arriva al nostro ieri, con l’assassinio di Placido Rizzotto). L’ideale costretto a rimanere utopia dalle forze oscurantiste. Era questo il progetto di Mazzini: educazione e istruzione per aprire a tutti la porta dello spirito. Ma tutto cade, di fronte alla vanità del potere personale o anche soltanto, come in questo affaire, dinanzi alle istigazioni velenose dei ciambellani.

Nel dir questo non dovremo cadere in un vano psicologizzare, nel tentativo stolto di voler attribuire pensieri a menti ormai lontane e insondabili. Potremo però evocare scene e quadri a tinte forti, significativi specchi per noi che viviamo condizionati dalle forme del potere e della politica del nostro tempo, ch’è fatto d’immagini vane e frante. Se osassimo, vedremmo quanto lontano è il sogno siderale che infiammò gli animi nell’ora che precede il successo, quando Mazzini e Garibaldi erano uniti nell’ideale di combattere ogni tirannia, ovunque fosse nel mondo, e ad essi facevano corona gli spiriti forti dell’epoca, come Madame Blavatski – la famosa chiaroveggente che con loro combatté nella battaglia di Mentana, dove subirono il famoso scacco per la presa di Roma – o John Yarker, il filosofo rosacrociano cui si devono gli accordi sottili che precedettero lo sbarco dei Mille. E ancora, delle donne mirabili – Giuditta Sidoli, Arethusa Milner, Jesse Mario – che combatterono insieme a questi uomini in nome di un ideale di emancipazione e di cui oggi, ahimé, non resta che il drappo sbiadito. L’ultima immagine infranta è forse quella di Che Guevara, che come loro s’illuse  di combattere per la libertà, e non s’accorse d’aver favorito l’insediamento al potere di un nuovo tiranno. O forse, infine, dovremmo trasporre tutto in modernità e pensare alla lotta non violenta, l’ Ahimsa di Mahatma Gandhi o ancora, in ultimo e ancor più fragile respiro, per i limiti e le imperfezioni dell’animo umano, alla contestazione del Free Speech Movement in California, ai sit-in di Allen Ginzberg, alle canzoni di Joan Baez. Ma anche questo blowing in the wind non è più nel vento di oggi, come la libertà, l’emancipazione e la vita spirituale non sono mai stati attuali, ma forze eccezionali che il mondo contrasta, combatte, sopprime.

 

A Voi, Signore e Signori, dimenticare. O far vivere il ricordo e gli ideali.

mazzini occulto
*Autore di “Mazzini Occulto”, Atanòr.