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Carbonari e Repubblicani

Il Catechismo Repubblicano per l’istruzione del Popolo e la rovina de’ Tiranni fu stampato a Venezia “nell’anno primo della libertà italiana”, cioè nel 1797, e riportava i cardini attorno a cui la carboneria si sarebbe costruita: l’idea che la nazione è il popolo; che la nazione-popolo deve governarsi da sé e che l’autogoverno popolare è il governo democratico; che il governo democratico ristabilirà la legge originaria, egualitaria, naturale e divina, infranta dalla malvagità e dall’ambizione degli uomini; che il governo democratico è un governo di popolo esercitato da uomini virtuosi; che l’unione universale delle Repubbliche realizzerà, quando l’umanità sarà pronta, un sistema senza capi, egualitario, superiorem non recognoscens.

L’assunzione di Cristo a simbolo del Sol dell’Avvenire, lasciando filtrare la tensione protestante verso il cristianesimo delle origini, portava luce dalle nubi dell’occultismo sette- e ottocentesco e, insieme, aveva lo scopo di facilitare il messaggio egualitario della redenzione sociale del popolo tra le masse popolari, esercitando attrazione verso le fasce intellettuali del basso clero. In questa quota troviamo l’abate messinese Giovanni Antonio Crimi, autore di Statuto e Istruzione, documenti istitutivi di una setta denominata Repubblica, particolarmente rilevanti per gli storici del Risorgimento, perché rappresentano l’unico esemplare di catechismo carbonaro conservato (Archivio di Stato di Palermo). Tra i vari scritti che riguardano Giovanni A. Crimi, va ricordato F. Guardione, Giovanni Krymy, in «Rassegna storica del Risorgimento», anno II, fasc. III, 1915. Proveremo adesso a ripercorrerne i passi.

Il padre di Giovanni, Nicolò Crimi, era un funzionario nell’amministrazione feudale. Coerentemente ai desideri del padre, Giovanni entrò giovanissimo nel Seminario cassinese benedettino di Messina, dove nel 1817 fu ordinato sacerdote. Ma presto sentì dentro sé una spinta diversa, simile a quella che due secoli e mezzo prima aveva guidato Giordano Bruno: farsi filosofo e rivoluzionario. Così nel 1820, lo troviamo partecipe dei Moti Carbonari di Palermo, mosso dal desiderio di impedire la restaurazione borbonica e la cancellazione della Costituzione del 1812, che aveva abolito la servitù feudale e sancito la espropriabilità dei beni dell’aristocrazia insolvente.

Giovanni riportò una ferita ad una mano, ma andò peggio ai suoi amici Brigandì e Cesareo, che vennero condannati a morte. Riuscito a fuggire, Giovanni venne successivamente arrestato per insubordinazione al Vescovo di Patti. In carcere alimentò le sue attività. È dal carcere che, nel 1825, scrive i documenti istitutivi dell’organizzazione segreta “Repubblica”. Tornato libero, a partire dal 1826 la diffuse, con il nome “Repubblica Romana“, tra Palermo e Messina, celata dietro le forme di circolo politico-letterario (tra gli aderenti figuravano A. Catara-Lettieri, G. Di Bella, F. Cundari, il barone Sofia con il fratello e il nipote, A. e I. Patania, F. Capasso, A. Mangano, G. Doller, A. David, N. Scuderi ed altri). Nel 1827 la cellula messinese fu scoperta dalla polizia e i cospiratori arrestati; Krymy e compagni vennero condannati a morte dalla Commissione Suprema di Palermo.

Tre giorni prima dell’esecuzione, in virtù di un concordato con la Chiesa, il Krymy si vide commutare la pena capitale in ergastolo; nel 1828 la pena venne ridotta a 24 anni di reclusione che il patriota scontò tra le carceri di Palermo, Trapani e Nisida. A partire da marzo 1845 fu sottoposto a domicilio coatto a Napoli.

Liberato nel 1847, fece ritorno a Messina, ove visse in condizioni di indigenza, riuscendo a guadagnare qualche soldo impartendo lezioni di latino e greco; è lo stesso Krymy che descrive così la sua grama situazione: “trovai tutti miei beni depredati e venduti da’ miei congiunti, e per due anni mendicai un pane alla pietà dei fedeli“.

Il 1º settembre 1847, Giovanni Krymy, insieme ad Antonio Pracanica e Paolo Restuccia (1815-1854), capeggiò la Rivolta di Messina, organizzando le squadre armate che diedero il via alla sollevazione e al combattimento ingaggiato nella piazza antistante al Duomo di Messina tra le bande degli insorti e le truppe borboniche provenienti dalla Cittadella. Per quanto eroico e passionale, il tentativo insurrezionale fallì. Krymy riuscì a fuggire travestito da mendicante, ma pochi giorni dopo venne riconosciuto e arrestato dalla gendarmeria borbonica. Portato in groppa ad un asino, fu esposto allo scherno e alla beffa per le vie di Messina, per poi esser tradotto nella famigerata “Cittadella” e giudicato da un tribunale straordinario. Nel corso della detenzione, attendendo la sentenza, venne sottoposto a tortura. Nuovamente condannato a morte, tuttavia la condanna non poté esser eseguita, mancando la ratifica pontificia (come disposto da una legge del 1839), che non arrivò mai per la protezione del cardinale arcivescovo di Messina, Francesco di Paola Villadecani, che non riunì mai la commissione di tre prelati che avrebbe dovuto rendere esecutiva la sentenza.

Durante la Rivoluzione del 1848, evaso dal carcere corse a combattere contro i Borbonici asserragliati nelle fortezze attorno a Messina. Fervido ed entusiasta rivoluzionario, il 5 aprile 1848 stampò la “Lettera al popolo di Messina“, ricca di spunti autobiografici. Esponente dello schieramento democratico e repubblicano, il 3 maggio 1848 fondò e presiedette il circolo politico “La Vecchia Guardia della Libertà” e si preoccupò di scongiurare i disordini tra le squadre armate.

Dopo 9 lunghi mesi di durissimo assedio, il 7 settembre 1848, l’esercito borbonico riuscì ad entrare a Messina, agendo con crudeltà verso la popolazione civile e seminando distruzione. Krymy riuscì a fuggire a Palermo, dove combatté fino al 15 maggio 1849, giorno in cui anche la capitale siciliana venne espugnata dall’esercito di Ferdinando II di Borbone.

Dopo una breve detenzione, si ritirò nella nativa Galati Mamertino, desideroso di vivere un’esistenza appartata: ma fu denunciato dal notaio del paese, Lando, nonostante la difesa ufficiale dell’Intendente di Messina, dott. Michele Celesti, che aveva dichiarato che il Krymi “ viveva tranquillo volendo chiudere i suoi giorni in pace e senza più volgere il pensiero ad utopie“.

Su ordine del generale Carlo Filangieri, principe di Satriano, nei primi mesi del 1850, Giovanni Krymy venne rinchiuso nelle prigioni centrali di Messina, dove morì di privazioni e, probabilmente, di colera, il 6 settembre del 1854, condividendo la stessa sorte con l’amico di sempre, Paolo Restuccia.

Anche sulle origini dei Crimi in Sicilia, si veda l’articolo di Dario De Pasquale, cliccando sull’immagine che ritrae Giovanni Krymy (con particolare attenzione alla nota 1, dove si riferisce che i Crimi traggono origine dal gruppo giunto al seguito di Giorgio Maniace). Si veda altresì la pagina presente in Fondazione Crimi.

Giovanni Krymy
Giovanni Krymy, 1794-1854