Tag Archives: occulto

Figlio del Drago

recensione a MARIA DRAGO MAZZINI di Bianca Montale

 

This slideshow requires JavaScript.

La biografia pubblicata a cura del Comune di Genova nel 150° anniversario della Nascita di Giuseppe Mazzini, reca la firma di Bianca Montale, che sarebbe poi divenuta Direttrice dell’Istituto Mazziniano, membro del Consiglio di Presidenza nazionale dell’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano e della Commissione nazionale editrice degli scritti di Mazzini. Inoltre, come il cognome e la città natale fanno presagire, l’autrice è nipote (e curatrice degli scritti) di Eugenio Montale.

Con questa predisposizione, Bianca Montale è una donna che scrive di una donna, e lo fa con rigore ed onestà. E ci avverte, e ci informa: «Voler ricercare in lei la pensatrice o la letterata significherebbe falsarne la figura e lo spirito e diminuirne la grandezza. Poiché essa è grande per un motivo tutto diverso. Perché ha saputo dimenticare se stessa, donare con semplicità senza nulla ricevere, sacrificare in silenzio ogni cosa più cara. In Maria si rivela un mirabile equilibrio tra la tendenza al misticismo – la sublime fiducia nella divinità, il disprezzo per chi dalle cose di Dio si allontana – e la concretezza pratica della donna d’azione che vive degli affetti che la legano alla terra ed è lontana da forme di negativa astrazione e contemplazione. Essa sa vivere una concezione morale rigida e severa che innalza a Dio chi sa attuarla.»

Il misticismo di Giuseppe Mazzini è già completamente innestato nella concezione della vita di sua madre, e si amplifica attraverso i precettori giansenisti che curarono la prima educazione di Giuseppe da bambino. La sintesi del giansenismo è nel trasmettere ad ognuno la consapevolezza di non esser nato per caso, ma di avere una missione. L’abate De Scalzi, con cui Giuseppe compirà gli studi di grammatica, e poi l’abate De Gregori, di cui frequenterà i corsi di umanità e di retorica, trasmetteranno nel ragazzo gli insegnamenti della dottrina di Cornelis Jansen, che in lui rilucono chiaramente quando scrive: «Noi non siamo che un pensiero religioso incarnato. Abbiamo una missione. Che importa che riesca o no? La vita non finisce quaggiù…»

Questa impostazione, fondamentale sotto il profilo delle radici culturali, non dev’essere scambiata per rigida impostazione religiosa. Bianca Montale non cade certo in questo errore e chiarisce: «Mazzini, profondamente credente nell’intimo dell’animo, ha una fede in Dio che nessuna delle religioni terrene contempla, in diretta comunione con la coscienza dell’umanità, e per questo si allontana dal sistema di gerarchie della Chiesa cattolica».

È perfettamente chiaro, in questo credere nell’intimo dell’animo, in diretta comunione con la coscienza dell’umanità, la consapevolezza esoterica che Giuseppe ha maturato nei suoi molteplici viaggi e attraverso il contatto con intellettuali europei che gli hanno aperto altre visioni sul mondo dello spirito. Nello stesso tempo, l’amore per la madre e il suo desiderio di trovare con lei punti di intesa, gli faranno comprendere che la leva della religione rimane la forza di base per l’educazione del popolo. In questo modo, Giuseppe non rifiuterà mai di parlare con linguaggio semplice, per farsi capire da tutti, per essere fedele al verbo e al desiderio di sua madre e così potendo adempiere ad un ruolo non confinato alla dimensione intellettuale appannaggio di pochi, ma esser veramente apostolo popolare.

È sua madre che lo sostiene nel momento della prima grande svolta, quando si oppone al desiderio di suo padre che avrebbe voluto divenisse medico come lui, e invece lui sceglie la giurisprudenza. E, soprattutto, è sempre lei, sua madre, ad essergli accanto all’indomani della tragedia del 1833 quando, in seguito al ritrovamento della polizia di documenti dell’associazione clandestina “Giovine Italia”, molti vengono arrestati e Jacopo, l’amico di sempre, l’amico più caro, si suicida in carcere.

Lei rimane lucida, non si perde nello sgomento, capisce subito la necessità di eliminare ogni traccia che possa compromettere il figlio. Soprattutto, non lo abbandona nel momento in cui tutti fuggono via, continua a sostenerlo mentre è in fuga, ormai sotto condanna a morte, definito “nemico della patria e dello stato”: gli fa pervenire aiuti finanziari, all’insaputa del padre, che lo ritiene responsabile delle sciagure accadute, che vorrebbe mutasse atteggiamento e si disponesse a implorare per il perdono. Solo lei, sua madre, resta l’unica a dirgli di non abbandonare l’ideale. Gli raccomanda di essere prudente, di fare attenzione, ma di non mai desistere: «Si il prediletto di Dio… io veggo già la tua innocenza coronata in cielo, il tuo nome è destinato a sfolgorare in eterno tra i benefattori dell’umanità» giunge a scrivergli, e lui risponde: «Nei più acerbi miei palpiti una voce di sicurezza si facea sentire entro di me dicendomi: il figlio tuo non perirà, poiché lo protegge Iddio… questa è la mia fede.»

La fede, ancora, che per Maria è stimolo fervente, per Giuseppe è la voce della coscienza, e per entrambi è la scintilla che li unisce allo Spirito.

E ancora, Maria Drago Mazzini è la donna che fa di casa sua il luogo del figlio, anche quando lui non c’è perché in esilio, per ognuno che venga a parlare di lui e delle sue idee, ad animare progetti di libertà e di repubblica, la sua casa è sempre aperta: e sarà un circolo in cui le donne più sensibili mettono radici, come Carolina Celisia, Nina Cambiaso, Fanny Balbi, Carlotta Benettini e, naturalmente, Giuditta Sidoli, di cui per lungo tempo sarà “l’angelo intermedio”. O come quando incarica Filippo Bettini di ricerche su Giordano Bruno, o a Bernardo Ruffini studi su Foscolo.

Tutto questo fa di loro due anime inscindibili, che ancora ardono in unica fiamma, riunite come Giuseppe un giorno scrisse: «Noi ci riuniremo un giorno dove Dio ci avrà destinati: crediamolo con fiducia.»

221° anniversario della bandiera italiana

Nella liturgia di Stato, nessun riferimento a Mazzini, né alla sua compagna dell’anima, colei che portò la bandiera a Reggio Emilia. Nessuno stupore. Mazzini e Giuditta occulti. Li celebriamo qui.

giuditta sidoli

Tratto da «Mazzini Occulto» [Atanor] pagg. 6o-61.

 

Questo il comunicato ANSA in ricorrenza del 221° anniversario dalla prima esposizione della bandiera tricolore:

ROMA, 7 GEN – “La ricorrenza dei 221 anni della proclamazione a Reggio Emilia del primo Tricolore d’Italia offre l’occasione per ricordare il lungo e sofferto percorso che ha portato all’unificazione e alla condivisione di un’identità nazionale e di un comune destino. Lo scrive in un messaggio il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione della Festa del Tricolore. “Simbolo che unisce tutti gli italiani – sottolinea il capo dello Stato – il Tricolore rappresenta l’emblema dei valori di libertà, di democrazia, di giustizia sociale, di rispetto dei diritti dell’uomo e di solidarietà che caratterizzano la Repubblica. Di questo patrimonio di storia, di cultura e di civiltà che il Tricolore evoca e mostra al mondo intero, siano sempre fieri e consapevoli tutti gli italiani, e ad esso si volgano con rispetto, onore e lealtà tutti coloro che condividono il sentimento di riconoscersi concittadini. Viva il Tricolore, viva la Repubblica”.

 

 

Mazzini Occulto

.

Presentazione del libro Mazzini Occulto di Davide C. Crimi- Roma, 12 Aprile 2016 -Libreria Aseq.
Mazzini, il misconosciuto Mazzini. Per tutti personaggio familiare, che ci accompagna dai tempi della scuola. Pensoso, assorto, come nei dipinti e nelle sculture che lo ritraggono, Padre della Patria. Sì, certo: ma c’è la sensazione di qualcosa che sfugge, che non ci è stato detto per intero, qualcosa che è stato manomesso, tagliato, rimosso, un colpevole omissis che ne rende inaccessibile il senso, incomprensibile la figura. Diversamente dalle biografie ufficiali e dalle monografie accademiche, questo libro porta luce sulla dimensione più remota, più latente della personalità di John Brown – per usare uno dei suoi alias – e, per farlo, ricostruisce un sistema di informazioni altrimenti disperse, frammentate in una pluralità di fonti disparate (con un ulteriore elemento di stupore, dato dal fatto che il mosaico si ricompone soltanto attraverso l’esame delle relazioni personali e sentimentali). L’immagine che ne deriva conferma e ripropone l’azione di Mazzini nell’ambito delle organizzazioni occultistiche e iniziatiche del suo tempo, araldo di un messaggio di emancipazione e di liberazione spirituale modernissimo, al punto da esser ancora in anticipo sul nostro presente. Questa prospettiva di ricerca riconfigura un tema vitale e complesso che permette di rileggere l’esperienza umana, politica e iniziatica di Giuseppe Mazzini come veicolo di comprensione per fare luce sul ruolo storico, troppo spesso sottovalutato e assai raramente esplorato, di propulsione dei movimenti di emancipazione, che hanno avuto i riti di fronda e la massoneria irregolare.

A proposito di David Bowie e di altri vampiri

poster-ebsn-manchester-20161Se ci occupiamo di David Bowie, non è certo per associarci alla linea dei fans, dalla quale ci distacchiamo con dissenso. Ci interessa la dimensione politica e ideologica di un personaggio che la fascinosa Nico dei Velvet Underground, negli anni epici di quella corte dei miracoli che fu la “Factory” di Andy Warhol, definiva “il più superficiale di tutti, al punto che non sa nemmeno che musica fare, e non ha nemmeno deciso se essere maschio o femmina”. In questo giudizio tagliente c’è tutto il senso di una superficie che fa velo a un abisso.
Le migliori espressioni artistiche di David Robert Jones sono proprio quelle laddove perviene a trasferire un contesto simbolico nel suo contrario, operando un ribaltamento di valori che ha sempre l’effetto di generare stupore e riflessione. Un chiaro esempio di questo metodo si potrà trovare osservanto il filmato che accompagna “Let’s Dance”, un brano apparentemente techno-pop allineato sulla più scialba discomusic e che invece, con il suo tema delle scarpe rosse come emblema del consumismo occidentale imposto ai paesi dell’America Latina, diventa pienamente politico, concludendosi con un’immagine – quella del guanto bianco – che è una denuncia ben evidente e che, per conservare efficacia, non deve essere spiegata ma solo indicata.
A proposito di guanti e grembiuli, si discute sull’appartenenza o meno alla M.: del nostro D.(R.)J., e questo elemento, senza pretesa di sapere tutto (anche perché è al confine tra notazione pubblica e privata), non ci risulta tra i documenti disponibili. Si può rispondere piuttosto con quel che si sa con certezza documentata, e cioè dell’appartenenza a organismi “di confine” come l’O.T.O. e, ancor prima e quale originaria folgorazione, la Golden Dawn. I riferimenti a questo contesto magico-esoterico (invero molto più in linea con il personaggio rispetto alle ansie di “regolarità” massonica) appaiono con piena evidenza nei suoi testi, tra cui “Station to Station”, con il luminoso riferimento alle Sephiroth con il noto passaggio: “Here are we, one magical movement from Kether to Malkuth” e, soprattutto, la controversa strofe in “Quicksand” (Sabbie mobili) con il duplice riferimento ad Aleister Crowley e ad Heinrich Himmler. Il Lettore interessato, se vorrà, troverà facilmente il testo.
Quel che qui rileva è, ancora una volta, il ribaltamento di significati che è la cifra stilistica di Bowie e che ci condurrà ad una lettura politica per nulla ingenua, ossimoricamente filo-aristocratica e prometeica del suo pensiero. Iniziamo col dire che Aleister Crowley, dopo una prima fase di fascinazione nitzscheiana e panica del fascismo, in realtà proprio da Mussolini fu espulso dall’Italia (nel 1923, dalla comunità mistico-magica che aveva attivato a Cefalù e della quale siamo fautori per un progetto di recupero di cui si dirà in altra sede). Relativamente a Himmler, il preteso leader della Thule Gesellschaft, il sacerdote della parte magica del nazismo, il riferimento è piuttosto grottesco, come lo sono le fotografie del figlio di David, Duncan Jones, fotografato all’età di circa due anni vestito da Mussolini e, anche e con baffetti, da Hitler. Queste foto girano su internet e si trovano facilmente; addirittura Duncan (che si occupa di giochi di simulazione di guerra) a tutt’oggi le tiene orgogliosamente nel repertorio del suo profilo twitter.
Potremmo perdonare tutto questo, addebitandolo a un momento di smarrimento dovuto agli eccessi di cocaina che non sono mai stati un mistero nella vita del misterioso David, che pure ha nel suo nome una stella a sei punte. E potremmo dunque scorrere le esteticamente e carismaticamente meravigliose immagini della sua carriera, che si sviluppa sotto il segno di Saturno che divora i suoi figli, così come David si nutre dei suoi personaggi e li uccide simbolicamente sulla scena: “Ziggy Stardust”, prima creatura, viene distrutto per lasciare posto a “Aladdin Sane”, questo per “Jareth the Goblin King”, poi “The Thin White Duke”, fino al punto che qualcuno sospetta che chi è morto non è che “Bowie”, nient’altro che uno tra i personaggi intepretati da D.R.J.
Nel giungere alla conclusione di questo breve articolo (che è parte di uno scritto più esteso che l’autore di questo testo presenterà in conferenza alla sessione di giugno dell’European Beat Studies Network come parte di un saggio sulle influenze del rock sul sistema delle comunicazioni e della persuasione di massa), potremo riferire di una possibilità che viene agitata da alcuni commentatori della scena artistica internazionale.
Prima di entrare nel merito, però, è necessaria una precisazione metodologica di carattere generale, interessante e valida per tutte le materie di confine e orientata a fugare l’eventuale accusa di “complottismo” che sempre si trova addosso chi prova a fare maggior luce.
Il punto di vista scientifico non è quello di stabilire una verità. La verità si può lasciare tranquillamente ai dogmatici e ad altre specie di fanatici. La condizione moderna ci permette di fondarci epistemologicamente, cioè nel metodo scientifico, non dovendo necessariamente credere ciò che riportiamo, che non è se non la proiezione di diverse tesi sulla interpretazione della realtà. L’esempio dell’atterraggio sulla luna (al quale Bowie è del resto perfettamente legato per via delle sue affermazioni sulla sua “Major Tom” con la “Space Oddity” di Stanley Kubrick e sulle innumerevoli e incontrollabili voci sulla “moon hoax” di cui parleremo in altra sede) è perfetto: qui abbiamo una tesi ufficiale (l’atterraggio sulla luna è avvenuto con la missione Apollo 11 il 12 luglio 1969 e il primo astronauta a calpestare il suolo lunare fu Neil Armstrong) contrapposta a una tesi di minoranza (il filmato è stato realizzato in una vasta zona militare (la Nellis Air Force Base, nota come Area 51), di 26.000 km2, situata a circa 150 miglia da Las Vegas nel sud dello stato statunitense del Nevada. A realizzare il filmato sarebbe stato lo stesso Stanley Kubrick, con finalità di propaganda per controbattere i successi spaziali della Russia e giustificare le enormi spese di fronte ai contribuenti americani.
Spero questo esempio sia chiaro, per far capire che la posizione di chi qui scrive non è di sostenere una verità contrapposta a un’altra, ma di far sapere e far riflettere che accanto a una verità ufficiale ce n’è una, diversa, di minoranza, che non è necessariamente inattendibile e sulla quale ognuno può formulare le sue deduzioni e valutazioni, perché se ne indicano le fonti.
Allo stesso modo potremmo anche interpretare “Blackstar”, l’ultimo disco, conclusivo, di Bowie, come opera di commiato: “il dono che ci ha dato per il momento del suo distacco”, come ha detto brillantemente la sua seconda moglie, Iman Abdulmajid (e già nell’aver sposato una donna nera troveremo un’altra amabile contraddizione). Oppure, potremmo interpretarla come una spia, un led luminoso che fa capire qualcosa dei progetti che il grande capitalismo ha in serbo per l’umanità del futuro.
In fondo, si dovrà ricordare che in un primo momento, per incarnare il cantante-dittatore di “The Wall”, prima che la parte fosse assegnata a Bob Geldof, era proprio a David Bowie che Roger Waters aveva pensato e a cui si era ispirato: la perfetta incarnazione del sistema orwelliano (dopo tutto, “The Wall” non è che una trasposizione di “1984”), della neolingua in cui la libertà si trasforma agilmente in dominio mediante il lavaggio del cervello operato dai media, la distruzione del senso critico, la corruzione dei sistemi pubblici, lo smantellamento della scuola e dell’istruzione per tutti.
Se diamo credito all’ipotesi che circola in questi giorni, effimera e divertente, potremo riportare numerosi articoli sul fatto che a morire non sia stato David Robert Jones, ma solo uno dei suoi personaggi: David Bowie. (Non cederemo al complottismo in queste ultime righe: sappiamo bene che c’è ancora gente che dice di aver incontrato Jim Morrison, Jimy Hendrix, eccetera: ma è un fatto che girano voci – e video – per cui il nostro David si concede il lusso di intervenire a programmi televisivi di retrospettiva sulla sua carriera, sotto il nome di Jack Stevens).
Per prendere in considerazione l’ipotesi di una lettura allegorica, dovremo meglio indagare i fotogrammi di “Lazarus” e di “Blackstar”. Se lo faremo, potremo annotare ad esempio e in sintesi: 1) quando “Lazarus” si alza dal letto di morte, lo si vede indossare lo stesso abito di scena che “Bowie” indossava in “Station to Station” nel 1976 per rappresentare il cambiamento di stato attraverso il viaggio astrale; 2) che “Blackstar” è un vero e proprio rituale (anche se descritto ellitticamente, sfumando la parte ieratica e dissolvendola in coreografia).
Se tutto questo fosse vero, allora una parte non indifferente del messaggio artistico di Bowie sarebbe un consistente (e allarmante) indizio della situazione moderna dell’eugenetica, che permette di vivere (attraverso trapianti e trasfusioni, un po’ come accade al vampiro di “Miriam si sveglia a mezzanotte”, film da lui interpretato con Catherine Deneuve e forse vetta della sua esperienza cinematografica), secondo le stime attuali, intorno a 150 anni. L’ipotesi che viene fatta è che Bowie si sia avvalso di questa possibilità che contiene la frontiera tra il possibile e l’impossibile, ben condita e innaffiata da formidabili risorse finanziarie e disposta a oltrepassare la frontiera etica di una nuova umanità di schiavi da utilizzare come “pezzi di ricambio” e sottomette tutto a quel che già nell’album del 1976 “Station to Station” definiva come progetto per configurare l’ Homo Superior. Tutto questo potrebbe essere nient’altro che un’allegoria artistica, che può piacere o non piacere a seconda della sensibilità estetica, punto e basta. Oppure, potrebbe essere il racconto di quella parte di società (la neo-aristocrazia) interessata e sostenitrice del progetto eugenetico dell’Homo Superior, di cui Bowie, giocando con i suoi contenuti esoterici, ha lasciato trapelare qualcosa.
Se questo fosse il progetto, non sarebbe certo particolarmente sensibile ai concetti nobili di libertà ed emancipazione, di diritti civili, di diritti umani. Ma, per fortuna, stiamo parlando soltanto di rappresentazioni: They’re the start of a coming race / The earth is a bitch / We’ve finished our news.