Tag Archives: recensione

“Memorie” di Amelia Rosselli

amelia rosselliQueste “Memorie” di Amelia Pincherle Rosselli costituiscono un episodio affatto peculiare tra i libri che descrivono l’Italia del Novecento, tra cui occupa un posto specialissimo per l’importanza dei contenuti ma anche in senso squisitamente letterario, perché in queste pagine si troveranno descrizioni di momenti di vita pubblica e familiare, di lotta politica e di sostanza umana che rasentano l’indicibile eppure trovano modo di esser espressi, e in modo raffinatissimo. Si tratta di una lettura impegnativa eppure amabilissima, che scorre come un romanzo ma è di più: resoconto che illumina la storia italiana del Novecento e, da questo avamposto, il nostro presente. Il libro si compone di tre parti che sono originali dell’Autrice e di una quarta, ottenuta per ricostruzione di frammenti, redatta della scrupolosa e attenta curatrice, Marina Calloni, che permette di ricomporre l’intera vita di Amelia P. Rosselli, che il lettore seguirà con partecipazione emotiva e con acquisizione di conoscenza storica e coscienza civile.

Il profeta della nuova Italia

 

Recensione al libro di Richard Wichterich Giuseppe Mazzini: Der Prophet der Neuen Italien. 

  1. Precisazioni

La prima cosa da dire su questo libro, è che è stato pubblicato a Berlino nel 1937, con l’intento di far conoscere Mazzini al pubblico tedesco. Date queste coordinate nel tempo e nello spazio, è facile immaginare che il libro possa contenere un’apologia volta a considerare Mazzini teorico di Pensiero e Azione e, per questa via, risalire all’interpretazione datane da Giovanni Gentile di un precursore del fascismo. In effetti, il richiamo a Gentile c’è; non solo: c’è la citazione del libro di Hermann Raschhofer Der Politische Volksbegriff im modernen Italien che, pubblicato un anno prima di quello del Wichterich, sosteneva esplicitamente che «il fascismo sarebbe la rivoluzione nazionale voluta da Mazzini e dai vecchi prima del 1848» (sic). Tuttavia, Wichterich non cede ad una lettura semplificata e prende le distanze dal Raschhofer riuscendo con oggettiva chiarezza, sia pure nel garbo della forma, a definire la completa discontinuità tra Mazzini e il fascismo, dichiarando che la componente imperialistica del fascismo è totalmente estranea al pensiero e all’azione del filosofo genovese.

Tratteggiato il quadro storico dal quale emerge, il libro di Wichterich resta comunque prezioso per la chiara definizione che vi si trova del contesto politico degli Stati nazionali dell’epoca, delle personalità che li guidavano, per la sua capcità di riuscire spesso a penetrare con ottima sintesi argomenti complessi che importano elementi psicologici e politici. In larga misura, W. dipende dalla fonte del biografo inglese di Mazzini, Bolton King, di cui il volume opera una intelligente sintesi, innervando elementi ulteriori, tra cui il lavoro del Curatolo sul dissidio tra Mazzini e Garibaldi. La componente nazionalista tedesca si rivela ancora quando si tratta di descrivere il profilo politico della Francia in rapporto alle vicende dell’unificazione italiana, costantemente viziata da un tentativo di egemonia, sin da Napoleone che, per quanto còrso e quindi di cultura italiana, nell’uso del potere non si lasciò prendere da nessun sentimentalismo. Per obiettività, a Napoleone resta comunque attribuibile l’influenza nell’introdurre le libertà borghesi.

  2. Il demone letterario

Il Congresso di Vienna affondò ogni aspirazione italiana, reinsediando gli Asburgo a nord e i Borbone a sud. I cospiratori settentrionali furono presto sgominati dal Metternich, che rinchiuse nelle prigioni della Moravia Federico Confalonieri, il Gran Maestro della Carboneria a Milano, e Silvio Pellico, che di quell’esperienza tracciò un resoconto politico e letterario. Shelly, Byron. Foscolo, Alfieri. I libri furono alla base della costruzione del giovane Mazzini. Libri vietati, che i membri dell’ Associazione Letteraria facevano circolare tra loro. Il luogo di incontro era la libreria di Antonio Doria; sappiamo da altra fonte (si veda la recensione al libro di Jessie White Mario) che quella libreria era anche vendita carbonara e – ahimè – sappiamo anche che proprio da lì venne la delazione che avrebbe condotto Mazzini all’arresto del 1830 e alla prigionia nel carcere nella fortezza di Savona.

  3. Ambivalenze savoiarde del “Re Tentenna”

I moti del ’31 sono occasione per rimarcare l’ambivalenza della Francia dove adesso al potere è Luigi Filippo, il “re borghese”, che non darà, contrariamente a quel che avrebbe dovuto essere il suo naturale ruolo storico e ideologico, nessun aiuto alle ambizioni repubblicane dei moti italiani, giungendo a venire a patti con l’assolutismo degli austriaci e dello stato pontificio. Mazzini, rilasciato in quell’anno, dai moti ricavò la convinzione che l’unità italiana andava perseguita senza aiuto esterno. Rilasciato, si apprestava all’esilio: Ginevra; poi Marsiglia, dove incontra Giuditta, dove incomincia la pubblicazione de La Giovane Italia. Dove incontra Garibaldi. Frattanto, nel Regno di Piemonte al retrivo Carlo Felice subentra Carlo Alberto, che nel ’21 aveva partecipato alle insurrezioni: ma ancora la speranza è delusa: il savoiardo salito al trono, s’incurvava adesso alla potenza degli Asburgo. Mazzini gli scrive dal suo giornale una lettera aperta, schietta e coraggiosa, ma che avrà per esito l’espulsione dalla Francia.

La repressione dei cospiratori fu intensificata da Carlo Alberto. Nel 1833 fu messo in prigione l’amico fraterno, Jacopo Ruffini, che si tolse la vita in carcere. Mazzini fu condannato a morte in contumacia. Da Marsiglia, nuovi progetti di rivoluzione venivano costruiti, tentando l’infiltrazione della propaganda della Giovane Italia nell’esercito piemontese. Ma ancora una volta le cose non andarono come si sperava, a causa dei torbidi intrighi e della corruzione dentro l’esercito stesso. Garibaldi ne uscì condannato a morte in contumacia. La vita da esule accomunava ora queste due grandi anime.

  4. Londra

Nel 1837 Mazzini, riluttante, è costretto a trasferirsi a Londra. È l’inizio della grande fase più esoterica, descritta nel nostro Mazzini Occulto e di cui qui, more solito, non v’è traccia. Fase che farà di lui un uomo di grandi vedute, non più condizionato dalla visione angusta dell’agone interno. L’esilio inglese durerà fino alla rivoluzione del 1848. Tra le righe, si trova delineato il vero fattore determinante della stasi italiana che costruisce e consapevolmente mantiene una società antiquata e retriva, indulgente alle vessazioni di austriaci a nord e borboni a sud con lo scopo precipuo di mantenere immutato il sistema feudale dello stato pontificio. Per il vero, al papa Gregorio nel 1846 era succeduto il conte Mastai Ferretti con il nome di Pio IX, che aveva nomea di progressista. Mazzini gli invierà una lettera aperta, per sottolineargli il dovere di aiutare l’attuazione dell’unità d’Italia. Ovviamente senza risultato. Il cambiamento dell’onda sarebbe avvenuto per un fattore esterno: l’insurrezione di polacchi, czechi e ungheresi che fece vacillare il trono degli Asburgo. Carlo Alberto raccoglie l’opportunità. E Carlo Alberto farà anche revocare la condanna a morte comminata a Garibaldi.

Mazzini però guarda altrove, non più alla monarchia ma alla repubblica. Ed ha ragione, perché non passa qualche mese e Garibaldi viene fatto arrestare dal regnante savoiardo. Nel frattempo, anche l’orientamento progressista di Pio IX perde consistenza, se mai l’aveva avuta, passando a nuova alleanza con l’Austria degli Asburgo. Sarà questa una mossa falsa, che lo costringerà a fuggire da Roma, nel timore di essere ucciso, proprio nella notte di Natale dell’anno 1848. Le concomitanze conducono alla proclamazione della Repubblica Romana del 1849.

  5. La Repubblica Romana

Mazzini viene chiamato a furor di popolo come trimuviro, insieme a Carlo Armellini e Aurelio Saffi. Da lì a poco Carlo Alberto, il “Re Tentenna”, abdica in favore del figlio Vittorio Emanuele II. Mazzini chiarisce i rapporti con lo Stato Pontificio, dando garanzia per l’esercizio del ruolo spirituale: ma questa offerta, contenuta nel mirabile Statuto, non può essere accettata dai nobili secolari del regno papalino, che perdevano i loro domini territoriali. E a conficcare il coltello alla schiena della giovane Repubblica sarà proprio la Francia repubblicana, ora guidata da Luigi Napoleone, in accordo con lo stato pontificio. Garibaldi tuttavia vince l’aggressione francese ed è pronto a dare alle loro milizie il colpo di grazia. Qui è Mazzini che lo ferma, forse per tentare un’azione diplomatica con i francesi. Sarà un errore: mentre Napoleone manda un suo diplomatico (Lesseps) a Roma, frattanto dà ordine al suo generale Oudinot di tornare ad attaccare. L’idealismo di Mazzini non aveva potuto esprimere che un momentaneo trionfo. Di nuovo l’esilio. Ma non domo. Nel 1850 a Londra fonda il Comitato Centrale Democratico Europeo al quale aderiscono i rivoluzionari di Russia, Ungheria, Francia e Germania. Nel 1852 tenta una nuova insurrezione a Milano , ma finisce con un insuccesso che gli frutta una nuova condanna a morte.

  6.  Cavour e la politica degli intrighi

Cavour, primo ministro di Vittorio Emanuele II, è ora il promotore di una politica diplomatica con gli altri stati, cercando appoggi esterni per l’unità d’Italia, o forse soltanto per i suoi scopi contingenti. In questo modo trascina il Piemonte nella sanguinosa guerra di Crimea, alleandosi con Inghilterra e Francia contro la Russia. Proprio per questa scelta, Mazzini accusa Cavour di essere un doppiogiochista, contrario agli interessi degli italiani, giungendo persino ad invitare alla diserzione. Ne deriverà la inconciliabilità tra i due. E tuttavia il primo ministro resta un diplomatico, molto più sensibile alla convenienza del momento. Accortosi della politica dominante della Francia, che tentava di mettere Gioacchino Murat sul trono di Napoli, comincia la sua concomitanza di interessi con Mazzini e Garibaldi per scatenare rivoluzioni nel sud, a Napoli, e lo sbarco in Sicilia del 1859; per quanto le ambivalenze del politico siano molteplici e perfide, tra cui il suo gioco per dividere i due rivoluzionari. Quest’ultimo dovrà prendere atto che Cavour ha regalato Nizza, la sua città natale, ai Francesi. E tuttavia, la rivoluzione nell’Italia centrale giungerà a determinare l’annessione al Regno Subalpino, poi detto “d’Italia” a partire dal suffragio del 17 febbraio 1861.

 7. L’Internazionale Socialista

Importante la testimonianza riportata nel libro qui recensito da Ricciotti Garibaldi, che lucidamente riconosce il ruolo portante che Mazzini ebbe nel fondare l’unità d’Italia, ma anche la sua indisponibilità a comprendere il tramonto della sua epoca e i nuovi lumi che affioravano dall’Internazionale Socialista. Garibaldi vi aderì; il maestro invece non seppe accettare il vento che spirava altrove. Il libro di Nello Rosselli, recensito in altra pagina di Societas Mazzini, offre un quadro articolato di questa fase.

Mazzini e Lamennais

Recensione al libro di Andrea Panerini, Mazzini e Lamennais. La spiritualità del progresso, 2016

Era il Maggio del 1834, quando Hugo Félicité de Lamennais scrisse Paroles d’un croyant, una collezione di aforismi che denunciava come l’ordine stabilito non fosse che una cospirazione di re e di cardinali contro il popolo, così dichiarando la sua rottura con la Chiesa cattolica.

Egli stesso ordinato sacerdote nel 1816, coltivò idee che ne fanno un precursore del cattolicesimo liberale-sociale, e di un concetto di “democrazia cristiana” popolare, paragonabile a quello che sarà del nostro Luigi Sturzo.

Mazzini e Lamennais stringono e approfondiscono il loro sodalizio intellettuale nel clima della Giovine Italia, totalmente proteso verso la legge di progresso e di dovere. Mazzini è assorbito nell’opera di promozione di riscatto sociale per gli immigrati a Londra attraverso l’istituzione dell’apostolato popolare e della scuola elementare gratuita. Lamennais, nel giornale L’Avenir, azzarda il motto Dieu et liberté, che però s’infrangerà contro la duplice condanna delle encicliche di Gregorio XVI, la Mirari vos e la Singulari nos.

Mazzini difende Lamennais dalla condanna della Mirari vos sostenendo che, letto in profondità, il pensiero di Lamennais tende a proteggere, non ad attaccare il papa. Istruzione ed educazione sono i pilastri per costruire un popolo di persone libere: ma questo, a quanto la storia dimostra, non era nelle finalità di quel papa.

Paroles d’un croyant nasce dal tentativo logico di Lamennais di sostenere l’infallibilità papale oscurata da un nuovo principio, secondo cui la continuità apostolica è affidata direttamente al popolo. 

mazzini lamennaisIl libro di Panerini ha un’impostazione cattolica, sebbene aperta alla concezione riformata. Si rivela interessante per comprendere alcuni aspetti rilevanti del pensiero di Mazzini e di Lamennais, tra cui, fondamentale, il rilievo di istruzione ed educazione per forgiare un popolo di persone libere.

Questa considerazione dovrebbe farci capire quanto questi uomini erano avanti, non solo rispetto al loro tempo, ma anche al nostro.

 

 

Jessie White Mario

jessie w. mariola sua biografia di Giuseppe Mazzini costituisce una fonte meravigliosa, perché permette di ritrovare la testimonianza diretta e non soltanto letteraria di chi ha vissuto direttamente le esperienze della lotta contro la tirannide che fu il grande sogno di Mazzini e dei grandi idealisti del secolo diciannovesimo.

I ventotto capitoli del suo libro ci accompagnano dalla gioventù fino a oltre la morte del grande genovese edificando, oltre che una fonte di memorie formidabile e di testimonianze epistolari importantissime, il sistema filosofico che fa di Mazzini, oltre che il grande uomo d’azione che tutti gli italiani, se non conoscono, almeno percepiscono, anche un uomo d’arte e un grandissimo filosofo spiritualista.

«Mazzini, che elegge a sé il dovere e dona altrui la gloria», si legge alla prima pagina di questo libro del 1885, e già sa di dover opporsi alla congiura del silenzio contro un uomo troppo chiaro, che sofisti e calunniatori hanno sempre dileggiato, proprio perché troppo chiaro il suo insegnamento, troppo adatto a creare uomini liberi, ciò che il potere non vuole.

L’amore per Foscolo, dall’immedesimazione giovanile nello Jacopo Ortis fino alla matura opera per pubblicare ciò che il poeta scrisse a commento de La Divina Commedia di Dante, realizzata nel 1842 tra mille difficoltà, e sempre con il tempo risicato per via del turbine di intrecci politici e della difficile vita in esilio.

Il ritratto di un giovane affascinante, sempre vestito di nero, i capelli lunghi fino alle spalle, la capacità di ammaliare con il suono della sua chitarra, cantore di un’arte dell’avvenire, che sia religione di progresso e di emancipazione, libera dalle false credenze propalate dal potere delle monarchie ostili e della chiesa complice, un genio che si conduce per vie non corrotte dall’imitazione, non guastate dal servilismo. Un militante della legge dell’arte spirituale, che è legge di progresso.

La fascinazione per la concezione esoterica dell’emancipazione dalla tirannide appare qui fondata nella Società degli Adelfi di Federico Confalonieri, che era il vertice italiano di un più complesso sistema internazionale. Qui le tracce si perdono e si fanno confuse: bisognerà ricorrere ad altre fonti per vedere le connessioni. Hurricane Jessie ci dive soltanto dell’affiliazione alla Carboneria dove Gran Maestro in Italia era il Console di Francia ad Ancona, il marchese Angelo Passano (altre fonti ci diranno perché Ancona e cosa questa città significò per la tradizione Misraim) e come proprio da questa esperienza, poiché il delatore che portò in carcere sia Passano che Mazzini fu un carbonaro, derivò la sfiducia di Mazzini verso gli Ordini Iniziatici. La stessa iniziazione simbolica che gli conferì Passano fu descritta da Mazzini come “ridicola” e che «la Carboneria era fatta cadavere».

Subito dopo questi fatti, Carlo X, il re dei Borboni che occupava il trono di Francia, fu rovesciato dai francesi che, in sua vece portarono Luigi Filippo d’Orleans, il “re borghese”, che però divenne un alleato del papa e dunque un reazionario ostile all’indipendenza italiana. Comprendendo l’inaffidabilità di Carboneria e Massoneria, su questi modelli Mazzini edificò un’organizzazione nuova, pur dotata di segni di riconoscimento e parole di passo di cui Jessie in parte riferisce: la Giovine Italia.

Riportiamo dal settimo capitolo:

La Giovine Italia ha per iscopo:

  1. La Repubblica, una e indivisibile, in tutto il territorio italiano, indipendente, uno e libero:
  2. La distruzione di tutta l’alta gerarchia del clero e l’introduzione d’un semplice sistema parrocchiale;
  3. L’abolizione d’ogni aristocrazia e d’ogni privilegio, che non dipenda dalla legge eterna della capacità e delle azioni;
  4. Promozione illimitata dell’istruzione pubblica;
  5. La più esplicita dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino.

Queste posizioni furono alla base della condanna a “pena di morte ignominiosa” comminata da Carlo Alberto re di Piemonte nel 1833.

In esilio a Marsiglia, l’incontro con Garibaldi. L’immediata connessione di questi spiriti forti, che poi gli intrighi del potere vollero a tutti i costi dividere. E qui troveremo Garibaldi, nel tempo, più obbediente ai principi massonici di quanto non fosse Mazzini che, più che obbedire, nei rapporti con la Massoneria e gli altri Ordini, vide sempre questi come strumenti di una più sublime idea: e ciò per quanto anche Garibaldi avrebbe dovuto trarre più alta esperienza della necessità di diffidare di quel mondo, se si considera che la condanna a morte che lo colpì fu determinata, come già quella di Mazzini, da un delatore che di quel mondo faceva parte.

La Repubblica Romana del 1849 sembrò realizzare il progetto della Giovine Italia. Mazzini diede ai poveri i locali del Santo Uffizio, consegnandoli agli operai «a tenue prezzo d’affitto». Ma la congiura di Pio IX non tardò nel venirne a capo, grazie all’intervento proprio della Francia repubblicana. Luigi Napoleone dimostrava la sua natura di uomo di potere, indifferente agli ideali.

La stampa procurò in ogni modo di metter contro Mazzini e Garibaldi, e riuscì in questo intento. Cavour aveva preso le redini del gioco, con una politica di piena sottomissione alla Francia. Luigi Napoleone domandò all’Inghilterra l’estradizione di Mazzini.

L’ingresso di Garibaldi a Palermo fu coperto dal legame con gli inglesi. Di questo Jessie non rivela o non conosce i retroscena. L’evento non fu indolore e di mezzo c’è la morte di Carlo Pisacane. Divenne chiaro che il potere temporale del papa, cioè lo Stato Pontificio e l’aristocrazia che lo puntellava, erano il vero problema per realizzare l’unità d’Italia. Il papa aveva l’appoggio della Francia: ma adesso Mazzini e Garibaldi avevano la copertura dell’Inghilterra.

Mazzini, artefice di molto di quell’operazione, non entrò in Sicilia, per non far ombra a Garibaldi, non permettendo così altre calunnie. Quando Garibaldi entrò a Napoli, la percezione dell’imminente raggiungimento dell’obiettivo divenne formidabile. Mazzini non andò nemmeno lì, per i medesimi motivi. Nel frattempo, morto Cavour, al governo andò Ricasoli, che revocò l’esilio di Mazzini.

Nuovamente la sorte cambiò volto, perché gli intrighi del papa riuscirono a sovvertire l’ordine delle cose. Furono i soldati di Vittorio Emanuele a sparare a Garibaldi. «Il Re non vuole Roma e per questo ha ferito Garibaldi» scrive Jessie. Anche Ricasoli che, sostituito dal Rattazzi per una fase, era tornato al governo, mutò sembiante e si orientò alla riconciliazione con il papato.

Garibaldi fu arrestato. Fuggì. Il papa chiese allora l’intervento dei francesi, ma troppo grande era ormai la sua fama e Vittorio Emanuele sconsigliò Luigi Napoleone.

Fu arrestato invece Mazzini, portato prigioniero a Gaeta.

La parabola era chiara. Quale fosse il potere reazionario che nega la conquista dell’ideale e del progresso ai popoli era ormai evidente: e dovrebbe esserlo ancora se avessimo occhi per vedere. È la lotta crudele dei ricchi contro i poveri, dove la chiesa benedice i ricchi e dispone i poveri a subire.

Come scrive Jessie nelle pagine conclusive, che ben dimostrano quanto le critiche prezzolate delle penne di regime contro il Mazzini filosofo siano pretestuose e ingiustificate, «La piaga della società economica sta nel fatto che il capitale è il despota del lavoro (…) la libera concorrenza per chi nulla possiede è menzogna (…) sancisce il dominio economico dei pochi ricchi di mezzi sui molti possessori di piccoli capitali o soltanto delle loro braccia e condanna alla lunga, col tristo ineguale riparto dei prodotti, a inaridire le sorgenti della produzione. La proprietà è mal costituita, perché l’origine del riparto sta nella conquista, nella violenza (…) perché le basi del riparto dei frutti del lavoro (…) non è proporzionata al lavoro stesso (…) perché tende ad essere monopolio di pochi e inaccessibile ai più (…) perché il sistema delle tasse è mal costituito e tende a mantenere un privilegio di ricchezza nel proprietario, aggravando le classi povere e togliendo loro ogni possibilità di risparmio (…) Non bisogna abolire la proprietà perché oggi è di pochi; bisogna aprire la via perché molti possano acquistarla (…) bisogna che gli operai diventino partecipi del capitale, proprietari anch’essi dei mezzi di produzione».

Dottrina impeccabile che, applicata, condurrebbe a sana gestione della Repubblica e a progresso sociale e che, per un certo periodo, sarebbe divenuta patrimonio della Prima Internazionale dei Lavoratori. Ma presto le tesi di Mazzini, anche qui, troppo grandi, troppo nobili, dovettero cedere agli intrighi di pretesi comunisti, come Marx, che assonnò la possibilità di un crescente accesso del popolo alla consapevolezza spirituale per il tramite del materialismo, o come Bakunin che, dietro la declamazione dell’anarchia, sosteneva «Bisogna insegnare all’operaio ciò ch’ei deve volere».

Se il tempo deve ancora decidere e se Mazzini dev’essere ancora riscoperto, non è da dubitare. Egli è stato in anticipo sui tempi, e lo è tutt’ora. La sua visione del mondo è trascendente. Vede nell’esistenza del singolo, in ogni esistenza, il fine. Un fine che si può rivelare solo se l’educazione metta la persona di divenire cosciente. E ciò che vale per i singoli vale per le nazioni: e quando la soglia di coscienza lo permetterà, giungerà l’ora in cui il principio federativo prevarrà e il mondo potrà riconoscere i diritti ad ogni singolo, che saprà anche dei suoi doveri che lo costituiscono libero.

L’anima è immortale. E ciò che si fa in vita secondo le leggi dello spirito si trasporta nelle sfere superiori.