L’immagine come degradazione

Phoné, porneia and everything in the middle.

All’interno di questo saggio* si offrono strumenti d’intellezione dell’inganno cui ogni giorno siamo esposti e chi vorrà potrà accorgersi degli elementi psicoattivi che la pubblicità introduce nella nostra mente per determinare i nostri comportamenti.  Questo punto di osservazione non è che la base di partenza per giungere a considerazioni più ampie, non a tutti accessibili, che implicano un’analisi della diade phoné / porneia, e giungono a identificare – oggettivamente, senza alcuna valutazione ideologica o teologica – l’arte occidentale come pornografia e l’intera rappresentazione sacra come bestemmia, specialmente nelle forme deteriori del barocco e delle altre forme di oscurantismo dissimulate da teorie estetizzanti.

*Anteprima della forma completa che sarà presentata sotto il titolo “Western Art as Blasphemy. Phoné, porneia and everything in the middle” per la sessione 2016 dell’European Beat Studies Network (Manchester).

I concetti sopra anticipati non possono essere compresi da tutti, in primo luogo perché la maggior parte di chi legge tenderà a rifiutarli; in secondo luogo, per l’oggettiva complessità delle idee.  Chi avrà l’acume di leggere fino in fondo, tuttavia, troverà tutto semplice e chiaro alla fine. La scelta con la quale l’argomento si affronta, è il disvelamento di un inganno. Per questo motivo, non si può e non si deve partire dal semplice, perché chi ascolta è ancora sedotto dagli standard, non vuole uscire da quella seduzione: e un linguaggio semplice non farebbe che alimentare facilità nel respingere contenuti scomodi.

Se il contenuto è scomodo, allora sarà necessario introdurre elementi scomodi:  siamo ancora prigionieri della seduzione; il che significa che non ci avvediamo di essere prigionieri, perché siamo sedotti e quindi non ce ne accorgiamo.  Il contenuto scomodo, attraverso il quale ci accorgeremo che il nostro pensiero è racchiuso in un supermercato, è costituito preliminarmente dalla diade annunciata: phoné / porneia.

Phoné è l’atto sacerdotale per eccellenza, attraverso il quale l’arte può rivelare la sua dimensione ultraterrena, di accesso alla sfera spirituale. L’attore è trasceso nella sua individualità, non dà luogo a nessuna rappresentazione e, al contrario, compie un rito e un incantesimo. Questo genere d’arte è esattamente quella che l’occidente ha negato, ha tentato di espellere dalla vita borghese, relegandola nella sfera del magico e dell’occulto. Perché è stata negata? La risposta non è difficile: semplicemente per impedire la libertà e l’emancipazione del singolo, estraniandolo, eradicandolo dalla possibilità di avere accesso diretto all’esperienza spirituale, l’unica vera condizione che realizza la libertà all’interno dell’intima coscienza della persona.

La negazione dell’incantesimo inteso come sistema di gesti e di parole tutti protesi ad influenzare il respiro, vero tramite tra l’io fenomenico e le più remote origini del cosmo, si trasforma in atto di rappresentazione, replica della realtà, del vizio borghese, delle piccole malignità umane, delle quali si avverte il pathos e quindi si compatisce; si ride se si può, sempre in attesa del reificarsi dell’immagine del desiderio che, in ultimo, si manifesta in assolutà vacuità della parola e del gesto e puro dominio del corpo, assumendo all’estremo il carattere totalizzante di chi osserva la nudità capziosamente esibita, in sé ammiccante o esplicita nell’amplesso: qui è il dominio assoluto dell’immagine sulla parola, il soccombere della phoné sotto l’incombere della porneia.

Questo sguardo sui processi di creazione artistica comincia a far entrare luce nella camera oscura dove il sedotto, pian piano, comincia a scoprire d’essere recluso, mediante l’artificio di un inganno. Invece di essere artefici del nostro destino, ci si scopre spettatori di un sistema di comunicazioni che ci inducono a replicare la condizione di spettatori, ritenendo desiderabile quel che ci avvelena e che deprime la nostra possibilità di liberarci.

Anche la produzione artistica è assuefatta a questa logica. Nota Raimondo Raimondi, sensibile critico contemporaneo: “L’arte è punto d’incontro tra l’interiorità che scorre nell’uomo (io soggettivo) e l’esteriorità che scorre nella sua vita quotidiana (io oggettivo), punto di incontro e di deflagrazione da cui scaturisce il prodotto artistico, il manufatto in cui si concretizza l’idea. L’artista non sempre riesce ad esprimere in maniera sufficientemente efficace la sua intuizione mentale e questa mancata corrispondenza tra l’intuzione creativa e l’opera realizzata costituisce una linea di frattura (…)”. Questa linea di frattura non è esclusiva di un determinato artista, ma è interamente la deriva dell’intera arte occidentale, in cui la rappresentazione antropomorfa dell’idea di Dio è la pietra tombale sotto la quale è sepolta qualsiasi ipotesi di rivalsa della phoné rispetto alla porneia.

Moloch è altra immagine per il “vitello d’oro” che il popolo d’ Israele si costruisce mentre Mosé è asceso alla vetta del Sinai, è espressione del soccombere della phoné alla porneia e, insieme, attualissima e devastante immagine del prevalere del desiderio di potere materiale (la porneia del danaro) rispetto alla sacralità del ruolo sacerdotale dell’Israele promesso, Luce per le Nazioni (la phoné della Torah universale). Nel XXI secolo, l’immagine del sacrificio a Moloch diviene sopruso sistematico sulla natura per estrarne ricchezza che uccide, in tutto simile al Baphomet templare e, ancor più che alla versione di Klossowski, già prossima all’estetica di Burroughs, all’icona medievale nell’ipotesi di Eliphas Levi.

Restando in argomento teologico, l’idea di rappresentare Dio in forma d’uomo, andrà ricordato, è contraria al primo dei Dieci Comandamenti di Mosé che, rettamente tradotto, si condensa nella forma “non adorerai  idoli”.  La rappresentazione antropomorfa, vietata tanto dall’Ebraismo quanto dall’Islam, è alla base dello scisma tra chiesa d’oriente e d’occidente, con l’iconoclastia non riducibile a epifenomeno. Queste evidenze sono ben nascoste nei luoghi dell’egemonia culturale cattolica che, se dovessero volgere lo sguardo a oriente, vedranno ovunque forme politeistiche laddove ogni invocazione e ogni preghiera di quei testi sacri non fa che ricordare che tutto il cosmo intero non è che manifestazione simbolica e illusoria di qualcosa che non esiste e che ha consistenza d’essere soltanto nel respiro di Brahma, che è il respiro profondo che viene dalle remote origini dell’universo, che proviene dall’oltremondo al di là del triplice velo dell’esistenza negativa, oltre l’Albero dei Mondi della Qabbalah, Ain ‡ Ain Soph ‡  Ain Soph Aour.

Inutile, oltre che inopportuno, tentare di spiegare i simboli della phoné che, appunto, devono dissolversi in phoné e non condensarsi in immagini. Ciò che si trattiene in immagine, che non accetta di restare puro spirito e pretende di cristallizzarsi in un’esistenza corporea, trova nella bramosia del desiderio il suo più alto fattore di attrazione. Evidente così che le immagini che hanno direttamente caratteristiche adatte a sollecitare sessualmente siano le più potenti per irretire lo spettatore: ecco tutto il potere della porneia, che è un potere di oblio della phoné pura, e che trasforma la phoné medesima in immagine. La trascrizione della porneia non è poi che la replica seriale di questa materialità. Andy Warhol, comprendendo questo tratto della modernità, ne ha fatto industria (Factory).

Moloch XXI Cover 2

La sospensione liminale tra phoné e porneia può essere sperimentata attraverso la composizione di un rituale senza l’ausilio di parola alcuna: si otterrà un paradosso, in cui la phoné è sostiuita per l’assenza e la narrazione si compone esclusivamente di gesti sacerdotali, senza alcuna narrazione di rappresentazione.  Questo esperimento empirico è stato oggetto del cortometraggio “Mystes“, proiettato in anteprima all’annual general meeting dell’European Beat Studies Network del 2015, presso l’Université Libre de Brussels.  La risposta è stata del tutto conseguente: alla fine della proiezione – pur avvenuta per ub pubblico di persone “di mestiere”, avvezze al linguaggio delle avanguardie – abbiamo registrato il classico scarto tra fine del narrato e applauso, a denotare il fatto che tra i due momenti si è interposto uno stato di smarrimento, tipico di tutto ciò che ha a che vedere con l’impatto al di sotto della superficie della coscienza, che richiede il riassetto degli assunti di base prima di elaborare una risposta. Paradossalamente, una rappresentazione ideologizzante (in questo caso espressa attraverso il tema ambientalista), come nella versione Moloch XXI“, rende il tema più comprensibile ed accettabile, anche se selettivo e orientato a un pubblico di livello.

Non così invece per il linguaggio semplificato, dimentico della phoné e fondato esclusivamente sulla presa delle immagini sulla materialità, meglio ancora se dotato a un orientamento per determinare eccitazione o, in forma mediata e ancor più utile ai fini del contenuto pubblicitario, a determinare un trasferimento esibizionista sul modello “posseggo questo quindi divengo più attraente”. La degradazione dello spirito nella materialità si compie attraverso questi artifici. Prima di giungere a questa facile rappresentazione merceologica, si dovranno accennare almeno queste due considerazioni: la prima, sulla phoné, tratta da un attore che ha rifiutato il teatro di rappresentazione per tentare il teatro di poesia. Carmelo Bene dice: “L’attore è detto invece di dire. Lo spettatore, non soltanto cessa di essere voyeur, ma anche lui è sentito.” Può essere parziale (Bene sa, come dice altrove, che il vero passaggio è la distruzione del teatro, cioé la separazione tra spettatore e attore, la sostituzione con il rito, cioè la trasformazione di spettatori e attori in sacerdoti officianti). Non si può ottenere per tutti. La parzialità è già nell’ontologia estetica del frammento.

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Preso atto del trionfo del demone che sa come servirsi dell’esorcismo (ma senza poter uscire dal cerchio entro il quale è ringhiuso) si potrebbe affermare, cercando la conclusione, che una certa vertigine del barocco – inteso come deriva di perversione erotica protesa alla vampirizzazione della gioventù – sia presente in tutta la produzione estetica dell’arte privilegiata, soprattutto nella produzione iconografica (imbarazzante sensualità pedofila dei putti dei manieristi del Tiziano, o disinibita sfacciataggine dei “ramarri” di Caravaggio o, più modernamente, la disordinata destrutturazione per la dissimulazione del desiderio operata da Klossowski o, ancora, l’indifferenza di Warhol) svolta all’ombra di grandi committenti provenienti dal clero o da un ambiente affine, come quello dell’aristocrazia post-repubblicana, che in questa perversione può sfogare tutto il senso decadente e deteriore della sua inadeguatezza, trovando in questa l’incancellabile segno di una grandezza comunque ottenuta.

L’ultimo passaggio, gentile Lettore che sei giunto fino al fondo di questa disperazione occidentale, sta nel restare in guardia: attento a ciò che vedi, perché le immagini entrano nella nostra coscienza; dunque, vedere delle cose volgari significa introdurre volgarità dentro di noi, che si immagazzina e prima o poi agirà nelle determinanti motivazionali del nostro comportamento. In breve: immagini volgari instillano comportamenti volgari. Ecco perché occorre imporre a sé stessi una kasherut delle immagini: come la kasherut è regola alimentare che pretende in chi la osserva che certi alimenti non siano ingeriti, allo stesso modo, una kasherut delle immagini implica che chi la osserva non debba esporsi a vedere immagini impure.

Combattere il vitello d’oro, il Moloch del XXI secolo, significherà dunque avviare una resistenza alla manipolazione mediante la comprensione dei codici interni della produzione delle immagini.  Questa battaglia non potrà esser condotta che da coloro i quali conoscano il significato dei simboli (in questo senso dovranno essere dei Mystes, cioè degli iniziati) e, appreso il modo in cui usarli, dovranno esserne liberi, cioè esclusivamente orientati a recuperare il rapporto sacerdotale con il tempo e con lo spazio (vero ed unico soggetto del nostro documento), rigettando la brama per l’oro dei farisei del capitalismo e recuperando la funzione sacerdotale spirituale e universale dei Cohen.

Un’ultima precisazione: non si confondano queste considerazioni con l’integralismo fanatico, che non appartiene in alcun modo a chi non può appartenere ed accoglie, per scelta mistica, la propria dimensione transeunte: si tratta esclusivamente di un patto con sé stessi, di chi ha consacrato la propria esistenza a un’idea trascendente, foss’anche quella categoria estetica spirituale che chiamiamo Arte.

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